sabato, 03 maggio 2008

Explicit
(prove di uscita)

Come un inizio, anche una fine è convenzionale. Anche concludere il racconto con la scomparsa del protagonista non è che una scelta soggettiva del narratore. Il personaggio che ha attraversato queste pagine, è vero, non agirà più; dal suo punto di vista una vicenda si è conclusa. Ma non si può dire lo stesso di ciò che rimane, del segno che ha lasciato nel mondo, delle orme del suo viaggio. La sua storia, dunque, non finisce; qui finisce solamente questa narrazione.

Anche se della vicenda che qui decidiamo concludersi parleremo al passato, essa non è, e non sarà mai, completamente finita. Il concetto di perfetto, nel senso di passato, concluso, è solamente una convenzione grammaticale. Nulla è veramente perfetto, compiuto. Finire è interrompere.

Questa storia finisce qui. Non voglio imbrogliarvi oltre.


ArimaneBis, 13:03 | link | commenti (10)
sabato, 03 maggio 2008

Ultimi inizi

Siamo sottili, trasparenti e tremule come anime. Come anime, ci sciogliamo, se ci esponiamo al sole fuori dal liquido salino che sembra averci generate. Delicati filamenti viola disegnano i nostri contorni, che altrimenti sarebbero diafani fino all'inesistenza. Scintille tenui e quasi casuali, trasparenze solo un po' più opache dell'acqua, siamo arsura per le creature che, incautamente, ci toccano. A migliaia, con indolente indifferenza, ci siamo impadronite di questo angolo di mondo; ne teniamo lontani gli esseri che calpestano, turbano e disperdono l'immobilità frenetica del caos primordiale di roccia, di acqua, di vita elementare.

Me l'aveva detto, con circospezione un po' affettata, l'uomo in grigio che avevo incontrato appena fuori dal portone. L'avevo ignorato, infastidito, tornando subito ai miei pensieri urgenti. Adesso che ho girato l'angolo e vedo tutto, capisco di avere avuto troppa fretta a liquidare l'avvertimento.

Faccio regolarmente lo stesso sogno ogni prima domenica del mese. Un sogno banale, di quelli che sembrano privi di qualsiasi significato rilevante; non lascerebbe alcuna traccia se non si ripetesse in tempi e modi così precisi. Un uomo seduto comodamente su una poltrona, pantofole e pipa in mano; una donna giovane, vestita elegantemente, entra nella stanza e gli dice in tono aspro che sono in ritardo. L'uomo si alza, apre un'altra porta e si ritrova su una spiaggia immersa nella nebbia marina, la risacca che gli lambisce i piedi nudi. Non riconosco i luoghi né le persone, ma col tempo queste mi sono diventate familiari e a volte mi capita di immaginare di invitarle alla cena che uso dare per gli amici più cari, alla fine dell'estate.

La gamba! La sinistra deve arrivare all'altezza della gola! Riprovo, concentrato. Stavolta il colpo arriva a segno, l'altro cade, disarticolato; mi fermo a riprendere il ritmo del respiro.

Gli eventi sono pochi ed elementari. Il vento che si alza all'improvviso, l'arrivo di un nuovo ospite, i primi frutti del fico in giardino. Questo ritmo lento, scandito da piccolissimi dolori e da ondate di benessere immotivato gli svuota la mente giorno dopo giorno. Innumerevoli pensieri, urgenze, sospesi, idee folgoranti, attese, si sbriciolano in una nebulosa confusa, dalla quale si allontana come fluttuando, privo di peso.

I capelli cadono a ciocche nei lavandini, l’odore che riempie la stanza è di sudore forte, di fatica recente, di allenamento appena finito. Quando le teste sono completamente rasate, con energia indolente, tutti infilano la maglietta nera. Quasi non li distingui, senza i colori e le fogge dei capelli che portavano: lo sguardo freddo è lo stesso per tutti, ma nessuno lo vedrà, dietro gli occhiali che adesso inforcano. Escono uno a uno, si dispongono lungo il breve tratto di strada davanti al locale, immobili, l’arma imbracciata. Ci aspettano.

Lo vide arrivare da lontano, col suo passo calmo e il consueto sorriso. Il leggero brivido che sempre avvertiva quando lo incontrava, stavolta, passò in fretta: non si sarebbe fatto ingannare. Il discorso lo aveva preparato accuratamente, prevedendo i suoi interventi pacati ma taglienti e irrefutabili. Quello che non aveva previsto era che quel giorno accanto a lui camminasse il suo amico di sempre.  

ArimaneBis, 13:03 | link | commenti (1)
sabato, 03 maggio 2008

Identità

Ho aperto gli occhi lì, sul furgone, poco prima che si fermasse. Poi mi hanno buttato fuori dal portellone, che si è richiuso sferragliando, quando già il furgone era ripartito. Di ciò che c'era prima – se c'era qualcosa – non so nulla, anche se so che quello era un furgone, che le cose che ho addosso si chiamano vestiti, che quelle che guardo adesso sono le mani.
Le mani. Mi serrano il viso, probabilmente non voglio vedere cosa ho attorno. Eppure sbircio fra le dita, e colgo frammenti di palazzi alti, di strade non troppo curate. In uno di questi frammenti ci sono degli scarponi neri che avanzano con ritmo regolare verso di me. Mi colpisce qualcosa, sulla spalla, forte. Il dolore fa da anestetico allo sgomento, le mani lasciano il viso, diventano pugni, affronto l'uomo in nero. Devo essere alto e forte, perché quando lo colpisco lo vedo vacillare e cadere. Gli sono addosso, gli blocco le braccia. Vedo che in una mano ha un rasoio, colpisco terra con la sua mano armata, due volte. Alla seconda la mano si apre. Il rasoio è nella mia, adesso, e non esito un istante. Ho la camicia coperta di sangue: gli sfilo la giacca di pelle nera e la indosso. Nelle tasche, mentre mi allontano, trovo un mazzo di chiavi e un portafoglio. Arrivo all'indirizzo scritto sul documento, apro ed entro. Non faccio in tempo a distendermi sul divano che entra lei. Guardo il suo sguardo interrogativo; le dico: sono io Pietro, adesso. Resto.

ArimaneBis, 13:01 | link | commenti
sabato, 03 maggio 2008

Impegni

"Le condizioni adatte si sono probabilmente verificate fra 4,2 e 4,4 miliardi di anni fa, nell'epoca in cui il bombardamento [di asteroidi] era in declino. Certamente forme avanzate di vita erano già presenti 3,5 miliardi di anni fa, epoca cui risalgono le più antiche testimonianze fossili. D'altra parte, per effetto del vulcanismo e del bombardamento il nostro pianeta è rimasto inospitale per la vita per circa mezzo miliardo di anni dalla sua nascita e ciò lascia un periodo di 200-300 milioni di anni per lo sviluppo delle prime forme di vita" (P. Battistini, I pianeti e la vita)

La vita era apparsa verso le sei e un quarto di un mercoledì. E' stato la scorsa settimana, o quella prima, non ricordo bene, ma non ha grande importanza. L'ora, invece, mi è rimasta impressa perché ero in ritardo all'appuntamento, ma esaminando una piccola insenatura del mare meridionale avevo scorto qualcosa di imprevisto e avevo controllato se potevo permettermi di rimanere ancora qualche minuto davanti allo schermo, per vedere meglio. Dovetti potenziare al massimo l'ingrandimento, per arrivare a inquadrare ciò che gli strumenti mi avevano suggerito. Si trattava in effetti di un batterio molto primitivo, ma inequivocabilmente vivo. Le istruzioni erano molto precise: in un caso del genere l'orario di lavoro doveva essere prolungato fino al completamento delle complicate procedure previste. La ragazza che mi aspettava nel pub, però, era impaziente e permalosa, se avessi tardato ancora probabilmente non l'avrei mai più rivista. Così mi guardai attorno, assicurandomi che non ci fosse davvero nessuno, e - con un gesto che ipocritamente volli pensare casuale - girai la manopola di controllo della temperatura. Mentre raccoglievo le mie cose e infilavo il giaccone, vidi l'indicatore del calore mostrare un valore sempre più elevato e, sullo schermo, il batterio che si sfilacciava e finiva col dissolversi nell'acqua. Rimisi tutto a posto velocemente e mi precipitai per le scale, non senza pensare che non ero certamente il primo a fare una cosa del genere, né sarei stato l'ultimo. Per i quattro soldi che prendevamo, d'altronde, valeva la pena di sacrificarsi a far riuscire quegli incomprensibili esperimenti?

 

ArimaneBis, 13:00 | link | commenti
sabato, 03 maggio 2008
Fuga

L'allarme era scattato poco prima dell'alba: quando sono arrivato molti erano già fuori e sbuffavano vapore bianco, cominciando lentamente a innalzarsi. Uno era rimasto incastrato nel portellone dell'hangar e continuava a spingere, con movimenti decisi ma fluttuanti, quasi pigri. Quelli che si erano sollevati, immensi, si sfioravano, affollando il cielo sopra il campo. Se ne poteva vedere la pelle che si schiacciava al contatto, per poi tendersi di nuovo quando il beccheggio li allontanava. Nessuno aveva pensato a fermarli colpendoli con la batteria collocata a difesa della base, nessuno avrebbe osato distruggere quei grandi corpi solenni.  
Il cedimento del portellone incastrato liberò il dirigibile ancora prigioniero e la folla di quelli in aria si diradò; in attesa che il ritardatario li raggiungesse in quota, si disposero lentamente in formazione, indifferenti e flemmatici. Se si eccettua il mormorio sommesso dei motori, la scena si svolgeva in silenzio, in contrasto con la mole delle grandi ombre che costellavano il cielo; così l'urlo del meccanico o soldato che, tentando di ancorare uno dei dirigibili in fuga, era rimasto appeso a una sagola, sembrò quasi un sacrilegio. Per di più inutile: lo avrebbero portato con loro, ovunque fossero diretti.
ArimaneBis, 12:58 | link | commenti (1)
sabato, 03 maggio 2008

Rivelazione

Sono passati più di quarantasei anni, col tempo di qui. Gli ultimi tre li ho impiegati per capire che sono un prigioniero. Prima, da sempre, erano stati dolori sordi o acuti, inspiegabili inquietudini, lampi di sofferenza, a spingermi a indagare. Non ne sono venuto a capo finché, frammento dopo frammento, non ho ricostruito la storia che mi ha portato qui; il delittto, il processo, la condanna, il viaggio. Ne avevo sentito qualcosa, ovviamente, ma non potevo immaginare la luce abbagliante, il freddo, la fame, il tepore che ritempra, il ristoro faticoso del sonno. Non potevo sapere cosa fosse un corpo, quanto potesse deviarmi, costringermi, farsi ascoltare.
Una pena crudele, hanno inventato, soprattutto per l'incertezza totale sulla sua conclusione. Certo, potrei accelerarla, o addirittura provocarla subito, questa fine. Ma, ancora, dal corpo di umano che sono costretto ad abitare genera una catena invisibile che mi tiene attaccato a questa penosa successione di giorni.
E questo sapere, adesso, che di pena si tratta, questo ricordare cosa e dove ero prima, è probabilmente una dolorosa punizione accessoria inflittami per l'efferatezza della mia colpa.
Guardo gli altri: non so se sono manichini animati messi ad abitare e rendere complicato questo mondo prigione, o se infelicemente stanno scontando anche loro una pena. Non lo chiederò a nessuno, come nessuno mi chiede. Meglio che non sappiano cosa stanno a fare qui, piuttosto che arrivare, come ho fatto io, alla verità straziante della nostra condanna. A volte sorprendo qualcuno che guarda in alto, di notte, illudendosi forse di poter vedere il nostro mondo di lampi elettrici e di nuvole immateriali. Mi avvicino ma non sento nulla; non mi meraviglia, però: imbozzolati in queste cellule non ci potremmo mai sentire.
Così, scrivo queste righe; non so a chi spedirle, né come. Le abbandono in giro, chissà che non possano essere lette da chi, senza dirlo, può capire; e forse perfino trarne un qualche sollievo.

(già pubblicato in Lettere dal carcere)

ArimaneBis, 12:57 | link | commenti
sabato, 03 maggio 2008

Indirizzo sconosciuto

Sì, mi hai detto, non ho più intenzione di sopportare scenate. Ma allora vuoi andartene, ti ho chiesto io, e tu non hai risposto, ma nel tuo sguardo c’era un altro sì. E’ stato di sera; da allora abbiamo dormito insieme, fatto colazione, ci siamo salutati per andare al lavoro, come ogni giorno. Al telefono eri normalissima: è venuto un nuovo cliente, porto la macchina alla revisione, sono passata in libreria. Quando sei uscita dall’ufficio andavi di fretta, il cellulare in mano; anche se ero lontano, dietro quelle siepi alte - sai quelle del giardino di lato al palazzo? - ti ho visto chiamare qualcuno. Non me, il telefono non squillava. Poi sorridevi, parlando e camminando veloce. Cosa dicevi? Ho pensato: va bene fra dieci minuti, sono appena uscita; no, non credo abbia elementi, le scenate le ha sempre fatte, indipendentemente dai sospetti; d’accordo, a fra poco. Mi sembrava di potertele leggere sulle labbra, queste parole. Sorridevi di nuovo quando sei entrata nel portone (e io ti seguivo dentro). Di scherno, di contentezza? Adesso non posso più saperlo. E tu, questa lettera - che mi riscrivo ogni giorno, da quel giorno - non puoi più leggerla. 

(già pubblicato in Lettere dal carcere)

 

ArimaneBis, 12:54 | link | commenti
sabato, 03 maggio 2008
Scaffali

La terza volta che mi accadde di comprare un certo libro – magari cercandolo ostinatamente nelle librerie più fuori mano – per poi ritrovarne sugli scaffali di casa un'altra copia dimenticata, constatai che era davvero tempo di mettere ordine nella mia biblioteca. Decisi di approfittare di un fine settimana che si annunciava di tempo incerto, il venerdì sera puntai la sveglia come se l'indomani fosse un normale giorno di lavoro e al mattino dopo, piuttosto per tempo, mi trovai – vecchi abiti comodi, adatti a un lavoro faticoso e non troppo pulito, e un po' di trepidazione addosso - davanti agli scaffali più disordinati di una delle molte librerie che decoravano – ingombravano, diceva qualcuno – il mio grande appartamento.
Sapete di cosa si tratta: non di riempire eventuali vuoti con i libri ammucchiati su tavoli, mensole, sedie, ovunque ci sia spazio, né semplicemente di trovare un posto a quelli disposti provvisoriamente in seconda fila. Quando il disordine e la quantità dei nuovi acquisti e dei doni raggiunge una certa massa critica, metterli a posto – cioè, va ricordato, assegnargli una collocazione che consenta di ritrovarli – vuol dire tirare giù praticamente tutto, ripensare le sezioni e le collane, tenendo conto del loro accrescimento, del proliferare di un argomento o di un genere più specifico al loro interno, divenuto ormai meritevole di uno spazio proprio; e il tutto in relazione con gli spazi e le disposizioni degli scaffali (chi spezzerebbe fra due mobili una sezione omogenea di saggi fatta crescere nel tempo, con oculatezza? Chi rinuncerebbe ad avere accanto al tavolo di lavoro, raggiungibili semplicemente allungando una mano, senza distrarsi con il gesto dell'alzarsi e del raggiungere la parte di fronte, dizionari e opere di consultazione continua?)
Dopo il primo giorno di lavoro quasi ininterrotto – pause solo per sostentarmi e per lavare frequentemente dalle mani la polvere dei volumi da tempo immobili  – un soddisfatto senso di stanchezza generava dalle molte pile ordinate ai piedi di ogni scaffalatura e dall'avere riportato alla luce tutte le file di libri che man mano erano state occultate da pile orizzontali di grossi tomi, da altre file di smilzi saggi di attualità, da mucchietti pericolanti di opuscoli eruditi.
Fu il secondo giorno, iniziato con l'ottimismo di chi sente vicino il proprio obiettivo, che cambiò tutto. Spostando l'intera fila dei libri di uno scaffale, invece del muro – non ho mai amato le librerie chiuse sul fondo, mi sembrano ingenerose prigioni o anonime scatole - mi trovai davanti i dorsi di qualche decina di volumi perfettamente allineati. Sarebbe stata un sorpresa ambivalente – un lavoro aggiuntivo imprevisto, ma anche l'orgoglio di una biblioteca ancora più consistente di quanto pensassi – se non avessi immediatamente osservato che si trattava di libri che ignoravo di avere.
Sorpreso e preoccupato – possibile che la smemoratezza fosse arrivata a questo punto? – ne ho esaminato qualcuno: si trattava di cose di qualità e di sicuro interesse; alcuni autori mi erano noti, altri del tutto sconosciuti; gli argomenti erano a volte astrusi e specialistici, ma gravitavano attorno alle mie conoscenze. A sconvolgermi del tutto, però, fu ciò che notai estraendo il secondo dei volumi che intendevo osservare da vicino: sul fondo dello spazio buio rimasto nella fila non vedevo ancora la parete, ma un altro dorso rilegato.
Ho tirato giù ormai quasi tutti i libri dagli scaffali, senza ordine, senza più nemmeno guardarli: davanti a me la libreria è ancora piena. Esito a estrarne altri dalle file appena scoperte: sono sicuro di trovare un altro compatto muro di dorsi. E infatti, superato l'indugio e svuotato uno degli scaffali, mi si rivelano ancora dei libri allineati. Li ispeziono rapidamente, ne apro qualcuno, leggendo titoli e indici. Ci sono libri desiderati e mai avuti, libri che pensavo sarebbe stato necessario fossero scritti, libri che avrei voluto essere capace di scrivere. Alcuni antologizzano brani di opere che amo, altri sviluppano idee o immagini che mi avevano colpito nelle infinite letture. Altri ancora raccontano di persone care o di me stesso. Calcolo frettolosamente che – ammesso che ciascuna fila ne nasconda solo altre due o tre – ci vorranno decine e decine d'anni di lettura, per consumare tutti i libri che ho scoperto oggi.
Ho annullato tutti gli impegni di lavoro, delegando le mie molte incombenze ai collaboratori; ho fatto riserve di cibo e di altri generi e ho staccato i telefoni; ho mandato via, appena arrivata, la persona che aspettavo con ansia per questa settimana - lei è rimasta sgomenta di fronte al mio repentino cambiamento d'umore e di intenzioni -, ho cancellato il viaggio previsto per il mese prossimo. Lavata via la polvere raccolta strisciando nei cunicoli infiniti fra gli scaffali, facendomi strada fra strati e strati di libri, mi accingo a immergermi nella biblioteca che non ero consapevole di possedere.
ArimaneBis, 09:18 | link | commenti (2)
venerdì, 02 maggio 2008

Non sembrava ci fosse alcun ordine nella disposizione dei libri sugli scaffali. Mi sorprese quindi molto la disinvoltura con cui il mio ospite estraeva i volumi che, parlando, nominava. Solo una volta indugiò un po' più a lungo nel cercarne uno, scorrendo la fila con le dita sul taglio superiore.
Quando avevamo già percorso almeno tre volte, in diverse direzioni e con diversa velocità, l'intera estensione della biblioteca, smise di colpo di parlare e si sedette al tavolo considerando assorto la pila di libri che aveva selezionato; la divise in due più piccole, prese il libro che stava sulla sommità della seconda, lo rimise a posto e, con molto garbo, mi chiese se non volessi bere qualcosa, prima. Accettai un vino invecchiato il cui nome credevo di ricordare e mi sedetti di fronte a lui.

(pubblicato originariamente nell'agosto 2006)

 

ArimaneBis, 10:29 | link | commenti (1)
martedì, 29 aprile 2008

Loop

E’ l’ultimo giorno, fra meno di tre minuti finiscono gli otto anni dell’orbita. Per contrastare l’ansia che mi ha preso ormai da mesi, sempre più acuta, intollerabile dal risveglio di oggi, mi costringo a ripercorrere con la mente le molte fasi diverse di questa lunga pena. Il giudice che legge la sentenza, irta di numeri di articoli e commi, e della quale capisco solo le parole “otto anni”; l’iniezione che ti fanno in cella, per regalarti due giorni di sonno, durante i quali sei caricato sulla capsula, si accendono i motori, si fa il countdown, il vettore sale fino al punto stabilito e man mano le navette si staccano, prendendo ciascuna la sua orbita, corrispondente alla durata del castigo. Poi il risveglio, il panico claustrofobico di ritrovarsi fra quelle pareti di plastica bianca, il cauto aprire l’oblò, il cielo nero e la sfera azzurra che si allontana. Le settimane passate a studiare i manuali in video; è incredibile la serie di emergenze che hanno saputo immaginare: il viaggio si svolge tutto in automatico, non c’è accesso ad alcun comando, ovviamente, ma c’è da imparare a usare l’attrezzatura di bordo progettata per la sopravvivenza e da sapere cosa fare in caso di guasti o di incidenti. L’assurdo senso di benessere dopo i primi mesi, la convinzione che fra sonno più o meno naturale – c’è una scorta di droghe in un armadietto, ma bisogna amministrarsele bene, in base alla lunghezza della pena – l’osservazione dello spazio che cambia di continuo, le interminabili partite alle centinaia di videogiochi caricati nella memoria del computer di bordo, il tempo possa passare senza accorgersene. Poi l’apatia del secondo anno, quando – come avvertono i manuali – la gravità artificiale, lo scarso moto possibile solo sulla ciclette fissata ad un angolo della cabina, la depressione, il senso di colpa ti attanagliano con una miscela tremenda e ti rendono catatonico e insensibile, incapace di muoverti ma anche di dormire; te ne stai lì a guardare all’infinito il grande quadrante con le cifre luminose in rosso che segnano i giorni passati e quelli che restano. E la sorpresa che ti scuote, all’inizio del terzo anno, quando tutto cambia, quando i servizi automatici della capsula smettono di funzionare e devi faticare tutto il giorno a preparare le razioni compresse, a curare il riciclaggio dell’aria e dell’acqua, a eliminare i rifiuti, a controllare i circuiti dell’illuminazione e a oliare le cerniere dell’oblò e dei mobili retrattili, a controllare da te temperatura, pressione, emocromo, a curarti ogni più piccola infermità che potrebbe degenerare in una malattia letale.
Ma, lo dice il manuale, il terzo anno acquisisci anche il diritto alle visite. Le chiamano così, ma in realtà si tratta di brevi collegamenti, a scadenze fisse, con la sala in cui i tuoi visitatori siedono infreddoliti ed esausti per la lunghissima attesa. La trasmissione non sempre è buona, a volte il video distorce i visi, fa sembrare sorrisi le smorfie di struggimento della tua donna o dell’amico, e molte parole vanno perse, scompaiono per sempre nell’immensa distanza che vi separa. La cosa più insopportabile è il ritardo, il dovere aspettare molti secondi – e man mano che sei più lontano, fino a dei minuti – prima di vedere il viso dell’altro che si illumina o si accascia per le tue parole. Eppure, quei frammenti grotteschi di relazioni li rimpiangi, se hai una pena lunga, quando inizia il periodo del silenzio radio, quando la lontananza si fa tale da impedire il contatto. Per me sono stati due anni, più di settecento risvegli – ho seguito il manuale, non ho lasciato che si alterasse il ritmo del sonno, per evitare di essere sempre fuori tempo, una volta tornato – sapendo fin dal primo istante di veglia che né oggi, né domani sul video ci sarà una voce, una sia pure sbiadita immagine diversa da quelle beffardamente artificiali dei personaggi dei giochi. 
Negli anni del silenzio - i più duri, per il distacco completo e per la monotonia - ho avuto tutto il tempo di riflettere sull’assurdità di questo sistema. Spese colossali per disseminare nello spazio i detenuti che un tempo erano raggruppati nelle prigioni, un’infinità di complicazioni tecniche, un tasso di degrado mentale altissimo al ritorno; c’è da chiedersi se tutto ciò non bilanci e sopravanzi le ragioni della propaganda che ha condotto all’istituzione della detenzione nello spazio. Nessun pericolo di evasione, di contatti abusivi con l’esterno, di creazione di mafie interne alle prigioni, l’espulsione radicale dalla società – in senso anche fisico – dei suoi nemici. In realtà, un colossale regalo all’industria aerospaziale in crisi irreversibile, dopo la sospensione - per l’opposizione crescente alla loro manifesta inutilità – delle esplorazioni nello spazio.
Fra pochissimo, comunque, sarà finito tutto, per me. Mi aspetta un lunghissimo periodo di riabilitazione, che dovrò organizzare e pagare da solo. Sono tra i fortunati che possono permetterselo, ma l’esito non è sicuro. Certo, non sarò uno dei tanti che vagano per le strade per qualche mese, incapaci di ritrovarsi nell’atmosfera e nella compagnia degli uomini, prima di gettarsi da un ponte o di lasciarsi morire di freddo sulla panchina di un parco. Ma mi chiedo se saprò rinunciare, per una manciata di chiacchiere o di sorrisi, all’immenso cielo nero e alle stelle brillantissime che sono stati il mio orizzonte per tanto tempo. Se l’oceano avrà ancora il fascino dell’immensità che aveva prima che conoscessi le distanze incommensurabili dello spazio o se la solitudine e il silenzio delle vette più alte sarà paragonabile al freddo assoluto che percepisco al di là del vetro blindato dell’oblò.
Smetto di pensare, avvertito dal lampeggiare degli zeri sul quadrante che è stato il mio Crono personale, un dio dal movimento di una regolarità esasperante. Fra pochi istanti si accenderanno i getti che mi staccheranno dall’orbita e mi proietteranno verso la discesa; ieri mi hanno annunciato laconicamente che è già predisposto il recupero, in non so quale tratto di mare sconosciuto, nell’Oceano australe, se ho ben capito. Controllo per l’ennesima volta lo spartano equipaggiamento per l’uscita, tengo a freno il terrore che mi assale al pensiero di lasciare questo guscio e di ritrovarmi sotto il cielo, a respirare un’aria che non contiene neanche il frammento infinitesimo di ciò che io stesso ho emanato, guardo affascinato il globo azzurro e bianco che già da giorni si ingrandisce al centro dell’unica apertura della cabina.
Non accade nulla. Nessun rumore sommesso di razzi che si accendono, nessuna variazione nell’accelerazione. So bene che il tratto di perielio durante il quale è possibile il ritorno lo percorro in meno di sei minuti; li conto mentalmente, trascorrono senza il minimo evento, mentre vorticosamente i miei pensieri vanno a un chip alterato dal freddo dello spazio, a una flangia banalmente piegata dall’impatto con un microasteroide, a un condotto ostruito dalla polvere cosmica. A qualcosa, insomma, anche di infinitesimo, che ha impedito ai razzi di accendersi e che mi costringe a ripercorrere la strada interminabile di questi anni.
Non esito un attimo, non cedo un secondo allo sconforto, non indulgo a urli di disperazione. Con freddezza e decisione sigillo questa registrazione nel contenitore stagno dei viveri di riserva – vorrei che si trovasse, un giorno, come una specie di lettera - inverto il circuito del riciclaggio dell’aria e aspetto il momento brevissimo in cui il vuoto riempirà la cabina.

(già pubblicato in Lettere dal carcere)


ArimaneBis, 00:02 | link | commenti (3)
sabato, 26 aprile 2008

Qualsiasi cosa possa accaderci, d'ora in poi, non potrà sopravanzare il ricordo dell'azione. Ci dicemmo così, guardandoci senza parole, una volta arrivati nel luogo sicuro. Dopo venti e passa anni, il panico inghiottito con il caffè dell'alba, la corsa cauta per le strade ancora deserte, l'attesa silenziosa, l'esplosione di urti, grida, ordini, spari, sgommate, sono sensazioni che non smettiamo di provare, come le avvertissimo in questo stesso momento. E le conseguenze di ciascuno dei nostri gesti, delle nostre parole o dei piccoli imprevisti e intoppi che nonostante la meticolosa pianificazione era inevitabile che ci fossero, hanno segnato le vite di tutti, le hanno determinate in ogni circostanza.

 

ArimaneBis, 11:27 | link | commenti (7)
giovedì, 24 aprile 2008

- Vado verso una piccola folla radunata sulla strada; un uomo vestito di chiaro, dimesso, mi si avvicina e mi chiede qualcosa a proposito del biglietto. Rispondo, irritato, che avrebbe dovuto aspettare l'arrivo del capitano...
- Chi è, questo capitano?
- Non è chiaro, ma nel seguito ritorna ancora.
- Mi scusi, allora. Continui.
Mi aggiustai sul divano e decisi che qualche particolare l'avrei in ogni caso taciuto.


(pubblicato originariamente nell'agosto 2006)

 

ArimaneBis, 19:51 | link | commenti (3)
mercoledì, 23 aprile 2008
Ci sono giorni bianchi, in cui il cielo non vuole prendere colore. Ci si aspetta, passata l'incertezza dell'alba, che il sole sveli l'azzurro; invece no, la luce si diffonde senza direzione, dando come sfondo alle cose una superficie monotona e neutra. Sono giorni in cui gli occhi non si aprono del tutto e la testa sembra velata dalla stessa polvere o vapore che appiattisce il mondo. In quei giorni non va fatta nessuna scelta, né presa alcuna decisione di cui non si voglia pentirsi. Naturalmente ho fatto il contrario, in un giorno bianco.
ArimaneBis, 00:18 | link | commenti (8)
domenica, 20 aprile 2008
Fu constatando quanto fosse bugiarda la frase trionfante del sarto - Come nuovo! -, detta nel farmi indossare il cappottino appena rammendato, che compresi una volta per tutte come, fatto o subìto un danno, non si possa che rattoppare, suturare, medicare, aggiustare alla meglio.
ArimaneBis, 22:22 | link | commenti (8)
domenica, 13 aprile 2008

Processionaria

Si limitano a camminare in fila, in silenzio, scansando gli ostacoli con indifferente accuratezza, attraversando strade e piazze e campi e boschi e deserti. Non sappiamo chi siano e da dove vengano. Sono tutti adulti, quasi tutti della stessa età, quasi tutti di bell’aspetto, se non fosse per quel tanto di diafano, di sfuggente alla vista che li accomuna. Sono stati chiamati con molti nomi, gli Andanti, i Viaggiatori, i Passanti. Nessuno di questi appellativi si è consolidato, e la maggior parte di noi li chiama semplicemente Loro. Abbiamo provato a parlarci, ma - magari dopo una breve occhiata incolore - si sono sottratti alla risposta accelerando il passo o voltandosi a ostentare una sordità totale.
Li abbiamo contati mille volte, senza successo: sembra che si moltiplichino o diminuiscano continuamente, anche se è impossibile dirlo con certezza, ché mai nessuno è riuscito a riconoscere fra loro un volto nuovo o a essere sicuro che uno conosciuto non facesse più parte della schiera. Impercettibili cambiamenti di ritmo nel passo - chi rallenta leggermente, chi prende un po’ di abbrivo - rendono l’incomprensibile gruppo sempre mutevole nell’ordine dei suoi membri. A volte il corteo si sfilaccia, fino a passare senza difficoltà fra le auto di un ingorgo o fra la boscaglia fitta, per poi ricomporsi non appena il cammino si fa più libero. Il rumore dei loro passi è attutito da calzature leggere, tutte uguali, comode, ma con ogni probabilità incredibilmente resistenti, dal momento che in decenni di passi incessanti nessuna scarpa sembra avere ceduto. Anche gli abiti non sono troppo differenti fra loro: grigi per lo più, chiari, leggeri, contribuiscono a confondere le loro immagini singole e fanno piuttosto pensare a un unico essere plurale.  Portano però molti gioielli, addosso, in contrasto con la semplicità dei vestiti. Gioielli strani, disegni sconosciuti, pietre e  metalli inconsueti.
Da sempre qualcuno li segue, soggiogato dal loro vangelo silenzioso, convinto che tanto camminare, tanta decisione non possa che avere una meta alta e desiderabile. Poi rinuncia; passano anni, magari, ma rinuncia: nessuno ha mai resistito più di tanto al sospetto dell’insensatezza del percorso, all’ostinato silenzio sulla direzione e sul punto d’arrivo.
Io, da bambino, li seguivo di nascosto, sperando che qualcuno lasciasse dietro di sé uno dei bellissimi ornamenti che portava. Adesso che sono anziano, quando mi capita di incontrarli quasi non li guardo più; come fanno tutti, d’altronde: ci siamo abituati a convivere con un’altra delle cose che non comprendiamo.

(un grazie a Cronomoto per l'idea del titolo)

 

ArimaneBis, 06:58 | link | commenti (9)