giovedì, 06 settembre 2007

Non vorrete anche un titolo, qui!

Voi me lo chiederete, prima o poi, anche se non pensate ancora di farlo - ma non credo ci sia nessuno che pensa davvero in anticipo le cose che farà; gli scacchisti forse, i militari in guerra, anche se ci si domanda perché mai, allora, le sconfitte, sul campo o sulla scacchiera, dipendano in genere dalla scarsa preveggenza; forse neanche loro (gli scacchisti e i militari, non le sconfitte) pensano poi tanto in anticipo - mi chiederete cosa ho voluto dirvi con tutte queste parole, che vi hanno a volte rallegrato e a volte precipitato nel dolore, senza che ne aveste intenzione, perché non è che in quel momento, quando avete aperto la pagina e avete iniziato a leggere, volevate davvero ridere o piangere, eppure così è stato.
Io dovrei rispondervi, allora; ammesso che ci sia un dovere del genere da parte di chi scrive e che invece la risposta non stia nelle parole in sé, nei legami che io ho inventato fra loro e in quelli che avete invece inventato o immaginato voi, spesso a torto, ma posso dire a torto soltanto se mi metto dal punto di vista mio, che pretendevo di comunicarvi un ordine e invece voi non l'avete colto o l'avete ignorato e ne avete costruito un altro, altrettanto vero.
E intanto state qui a leggere questo discorso sui mille discorsi che ho provato a fare; un metadiscorso, direbbe chi ha anche solo di sfuggita letto qualcosa di logica o di retorica o è entrato in un'aula in cui di queste cose si parlava, magari solamente per rivedere quel ragazzo con il giubbotto nero o quella ragazza che scriveva con l'inchiostro viola e che una volta vi ha guardato e sorriso e da quella volta non ve la siete dimenticata, anche se non è poi che ci pensiate sempre, ogni momento, intendo, e fate le vostre cose di ogni giorno, bevete, inciampate, scrivete, ma poi all'improvviso vi viene voglia di rivederla, la ragazza dell'inchiostro viola.
Almeno - ipocritamente, però - controllare se ha cambiato colore della penna (dovrei dire dell'inchiostro, ma le ripetizioni non stanno bene, e allora ci soccorre la figura retorica, stanno lì per questo, le catturiamo - hanno nomi così strani che sempre le ho pensate come animali esotici, ecco perché ho usato questo verbo che più si adatterebbe a una preda, in un racconto di caccia, magari, e invece qui sta quasi fuori posto, ma invece è anche questa un'invenzione di scrittura, o di parola, che sorprende, si chiama... no, lo taccio, niente tecnica, qui, sennò si divaga assai); e rassicurati dall'avere trovato la scusa con voi stessi cercate l'orario delle lezioni, ricordate che si trattava della tale materia - qui potremmo immaginare Sociologia della letteratura o Biologia cellulare, e in un caso o nell’altro cambierebbe tutto il senso dell'immagine del racconto, forse anche i tratti della ragazza: arruffata e coloratissima nel primo caso, con le unghie laccate nere, magari, o mangiucchiate, segno di tormento; semplice e positiva, ordinata, maglione girocollo scuro e gonna scozzese nel secondo (convenzionale, forse troppo, o non vi pare? La letterata tutta genio e sregolatezza e piercing e l'aspirante medico - o biologo, o anche farmacista, non so se si studia Biologia cellulare per fare i farmacisti - vestita perbenino, che parla e scrive ordinatamente, col fascino di chi è tutto un ordine da scompigliare) - insomma, cercate nella tabella delle lezioni, ammesso che ci siano ancora delle tabelle e non dei nastri di scrittura elettronica luminosa, dipende dall'università che immaginiamo la ragazza frequenti nella narrazione, se di quelle che mettono la pubblicità sul web e per le strade e corteggiano gli studenti con promesse di laboratori e stage e computer potentissimi e email gratuite a ogni iscritto, o di quelle scalcinate, le aule ancora con il linoleum verde a terra, ma poi c'insegnano luminari, ché il linoleum a terra non vuol dire certo che non possa essere calpestato dall'intelligenza pronta e dalla capacità.
Vi chiederete a questo punto: ma quando mai nelle aule di Biologia si parla di metadiscorsi? Son cose da letterati, quelle, da filosofi. No, invece, ché anche la Scienza ha bisogno di questa distinzione, di sapere che si cambia modo di parlare, perché si cambia punto di vista, ruolo, se si dice che i perissodattili sono tale e tale ordine zoologico, oppure che gli ordini zoologici sono stati fissati solo dopo molti secoli da quando gli uomini decisero di osservare gli animali e non solo di cacciarli.
Ecco, trovata l'aula e l'orario, entrate in punta di piedi, perché la lezione è iniziata da un po' e però non tanto da non potere entrare senza destare sorpresa o anche malumore, ché entrare negli ultimi dieci minuti mostra chiaramente che si è lì per altro che per le cose che si dicono in quell'aula, siano geniali o no; e, d'altronde, anche se non lo si deve sapere, è proprio questo il vostro caso: non dovete imparare a fare i critici o i farmacisti, siete lì per lei, per la ragazza dell'inchiosto viola.
Ecco (di nuovo, a volte le ripetizioni non sono evitabili, adesso costruisco questa frase, consapevolmente, sul calco di quella di prima – almeno all’inizio - in maniera da saldare i due discorsi; è anche un bell'effetto, l'iterazione della costruzione) ecco, dicevo, adesso mi direte che sono incorreggibile, e che invece di dirvi cosa vi risponderei nell'ipotesi che ho fatto all'inizio - cioè che dopo avere letto, gioito, pianto, vi chiediate il senso delle mie parole e non trovandone alcuno lo chiediate a me - invece di darvi soddisfazione, mi sono messo a inventare un'altra storia, impenitente narcisista della scrittura come sono.
Eh, no, miei cari (vi piace il repentino passaggio di stile, qui? Discorso diretto - senza virgolette o altri segni - e registro colloquiale; serve a strapparvi al tedio e alla tensione creata dalle lunghe digressioni - ma erano digressioni? Non abbiamo visto, o meglio, non avete sospettato, con compiacimento magari, che avevo ormai imboccato la narrazione di una delle mie storie, cioè un'altra scrittura come quelle delle quali intendete chiedermi conto e ragione - insomma, ho cambiato stile, qui e stop). Miei cari - dunque - ciò che adesso scrivo, che sto scrivendo da un po', è né più né meno come tutto il resto, continua da entrare e a uscire dal suo oggetto, dal suo soggetto (che poi sarei io, l'autore, l'io narrante, il lettore - al limite - perché anche io leggo, dentro di me e fuori, dopo che ho scritto). Insomma, non c'è alcuna differenza apprezzabile fra metadiscorso e discorso. Sempre discorsi sono. Sono fatti di parole ordinate - concetto relativo e ambiguo quant'altri mai, quello di ordine, nella scrittura - che mirano ad uno scopo.
Ma quale sarà questo scopo, qui, vi direte (seconda domanda, questa, ma non prevista: è venuta dalle cose) se non quello di esasperarci? Invece lo scrittore dovrebbe farci godere, intrattenere, farci piangere o ridere. Ah, colti in fallo! Come avete detto? Piangere e ridere, Signore. Ecco, allora avevo sentito bene: le stesse parole di prima. E così abbiamo anche dato una risposta a quello che volevate - o che ho ipotizzato avrete voglia di chiedermi e ancora non lo sapete, magari, ché siete disposti ancora a bere con gli occhi tante altre storie e infatti non avete interrotto la lettura, anzi, l'avete intensificata (si intensifica la lettura? ma no! altra figura retorica, uno spostamento dell'azione da un oggetto esplicito a uno implicito: è l'attenzione, non la lettura, che avete intensificato, ma l’attenzione è dentro la lettura, o attorno, quindi la cosa funziona) beh, diciamo avete avvertito una curiosità quando ho accennato - casualmente, giuro, solo come esempio; potevo invece iniziare la digressione dalla parola "legami", qualche rigo sopra, e dirvi di amori appassionati o di prigionieri o di tristissime scene sadiche - alla storia dello studente o della studentessa.
In questo secondo caso, della studentessa, l'attenzione era più intensa - o lo era la lettura? Va bene, va bene, scusatemi l'ironia - perché se si parla di un soggetto femminile pare che subito ci sia di mezzo il fascino, l'Eros; e magari si spera in uno sviluppo - secondo i gusti - in una vicenda strappacuore di studenti poveri ma belli che si amano o in un bel centone fatto di baci sotto i tramonti fiammeggianti o - non vi meravigliate, sono capace anche di questo - in una sordida storia di carne consumata nei sottoscala (vieni, dai, non ci vedono; sì sono qui, non resisto neanche io, e poi qualche verbo un po' sboccato e qualche descrizione cruda, fa tanto moda, anzi senza non si può fare, ormai, come sembra).
Vabbè (eh eh, ancora più colloquiale, qui),  vi ho incastrato, alla fine: il succo è che non avete diritto a chiedermi nulla, perché la vostra ricompensa l'avete già avuta, e sono le lacrime o le risate - anche entrambe, sì; io non so se sono fra questi, ma ci sono quelli che sanno mescolare il modo della commedia con quello della tragedia - e dovete esserne soddisfatti e non fare altre domande, né chiedervi come ci sono riuscito, a strapparvi quella lacrima o quella risata, o magari erano soltanto un piccolo groppo alla gola e un mezzo sorrisetto stentato, vale lo stesso.
E anzi, per punizione della vostra pretesa, quella che ho detto all'inizio, nel caso vi venga, e se non vi viene va bene lo stesso che vi punisca, perché è bastato il dubbio appena espresso, con un semplice sopracciglio appena alzato – sì, me ne sono accorto, anche se sono presente solo attraverso le pagine, quando mi leggete - per farmi venire il sospetto che sta alla radice di questo discorso. Per punizione, dicevo - pena accessoria, ché la vera punizione la state scontando adesso, a leggere tutto questo e a innervosirvi per le divagazioni e i discorsi interrotti a bella posta, ma siete voi che ve la siete voluta - per pena accessoria, dunque, non vi dirò, né qui, né in un prossimo racconto se la storia della studentessa - o, se siete maschi, la storia con la studentessa - ha o avrà un seguito; se c'è il tramonto o il sottoscala, se anche quella vi farà ridere o piangere.
Che è lo stesso, no?

ArimaneBis, 10:47 | link | commenti (4)
Commenti
#1    07 Settembre 2007 - 08:54
 
Urca!
Ho la stessa sensazione che si prova dopo un giro sulle montagne russe: di essere stata "sbatacchiata" violentemente di qua e di là, di essermi molto divertita e di voler ricominciare da capo, subito, nonostante il maltrattamento!

m.
utente anonimo

#2    07 Settembre 2007 - 09:04
 
*m:
Era esattamente l'intenzione dell'autore (di ogni autore?).
In fondo è semplice: far piangere, far ridere.
No?
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#3    12 Settembre 2007 - 08:46
 

Questo pezzo è bellissimo.
Vorrei avere a disposizione una parola meno scontata, che non sembri applauso (mi terrorizza) e dica, invece, il piacere di sentirsi a casa propria.

Qui si è nella pancia della scrittura. O nella sua testa.
(Pancia pensante o testa che si fa grembo: il 'crogiuolo')

Qui si è nella parola che inizia e poi va da un'altra parte, incantata dalla increspatura della pagina, dall'ombra di un uncino sotto il rigo, da un tasto sparito all'improvviso.
E allora il pensiero le tiene dietro, e la storia anche, perchè sa che quella musica è da seguire nella sua divagazione.
L'approdo incerto sarà una nuova piega (della parola, del racconto, della vita...): due direzioni divergenti e paritarie, come succede ai due lembi di un foglio ripiegato.
Pianto e risata.
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#4    12 Settembre 2007 - 15:57
 
*Nebbie:
La cosa più bella: che ti faccia sentire a casa.
E' la pancia, sì (o la testa) che genera questa scrittura; in ogni caso volevo proprio questo, che se ne vedesse la gestazione, seguendo una musica divagatoria. E' barocca, è jazz: quanto di più meditatamente improvvisato.
Ho preso a prestito lo stile di un autore a me carissimo per suonare questa musica, e sono felice (paroloni, ma a volte...) che delle orecchie ben allenate (tanto da sapere anche guidare la mano, e così bene) l'abbiano ascoltata e abbiano "riso o pianto" (che è lo stesso, no? ;)
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