Ben Elohim
Cambio ogni giorno la fasciatura, ma la ferita non pare migliorare; la lavo nel piccolo torrente limpido che scorre vicino alla grotta, ma a parte qualche foglia di piante medicinali che conosco poco e che sto sperimentando, non posso medicarla con altro. E’ già una fortuna che l’infezione non si estenda, com’è stata una fortuna che l’albero abbia attutito la caduta. Non fosse stato per quel ramo spezzato, acuminato, sarei quasi indenne. Quasi, perché – ovviamente – rimane il problema principale, quello che mi ha fatto precipitare. Al mattino, fingo di illudermi che il riposo abbia cambiato tutto, che le articolazioni si siano sciolte, che i muscoli si siano ristorati con il sonno. Provo con estrema cautela a spiegare l’ala sinistra (è sempre stata la più forte; quante ironie su un angelo mancino ho dovuto sentire!), provo il movimento di spinta per sollevarmi dal suolo. Nulla. Nessun dolore, è vero, ma non ho più il controllo dei muscoli che dalla schiena si dipartono a controllare le grandi ali, adesso ottusamente ripiegate. Le remiganti, che si facevano pulire e lucidare dal vento d’alta quota, cominciano a opacizzarsi: le vedo impastate di polvere e umidità della notte; la mancanza d’esercizio, anche per via della ferita che segna la carne dalla caviglia alla coscia, ha reso torpidi i muscoli delle gambe e dell’addome. Benché lavi scrupolosamente viso e capelli ogni giorno, la mia chioma ramata è arruffata e ispida. Non so che espressione abbia assunto, ma dopo più di un mese trascorso senza provare la serena ebbrezza del volo, senza respirare l’aria sottile ed euforizzante degli strati più alti, temo che gli stessi lineamenti del viso siano segnati da una sorta di depresso ottundimento. Forse i miei compagni non mi riconoscerebbero neanche, se li incontrassi, se venissero a cercarmi. So comunque che questo non avverrà: ciascuno di noi conta su sé stesso, da sempre; la nostra natura perfetta ha fatto sì che nessuna solidarietà si sia mai generata fra noi; semplicemente non ce n’è bisogno. Mi preoccupano assai gli uomini, invece. So bene cosa rischierei se dei montanari o dei cacciatori – chi altri potrebbe mai venire fin quassù? – mi vedessero camminare a fatica sotto il peso delle ali che strisciano a terra, tentare goffi slanci per prendere la via del cielo, che sembra ormai essermi preclusa per sempre. Ho visto uccidere troppi esseri sconosciuti, con crudeltà indifferente o col brutale disprezzo che sempre è figlio del terrore non riconosciuto. Mi nascondo, allora, contendendo ad altri esseri gli anfratti della roccia, le buche, le grotte. Ieri ho ucciso con le mani un grosso gatto selvatico che mi soffiava feroce davanti alla tana che gli avevo rubato. Ho atteso che mi saltasse addosso, gli ho stretto le mani fra le fauci e il collo, ho strappato forte, facendomi lacerare dai denti aguzzi, ma spezzandogli al tempo stesso le vertebre. Così ho anche da mangiare per giorni, visto che la fame è l’altra grande novità della nuova vita che sembra diventata il mio destino. Desidero segretamente che le ormai inutili appendici che pesano sulla mia schiena si atrofizzino, si riducano a esili moncherini, consentendomi di sostituire all’orgoglio che mi regalavano – ampie e lucenti – la modesta ma essenziale capacità di camminare speditamente.
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