lunedì, 17 settembre 2007

Ben Elohim

Cambio ogni giorno la fasciatura, ma la ferita non pare migliorare; la lavo nel piccolo torrente limpido che scorre vicino alla grotta, ma a parte qualche foglia di piante medicinali che conosco poco e che sto sperimentando, non posso medicarla con altro. E’ già una fortuna che l’infezione non si estenda, com’è stata una fortuna che l’albero abbia attutito la caduta. Non fosse stato per quel ramo spezzato, acuminato, sarei quasi indenne. Quasi, perché – ovviamente – rimane il problema principale, quello che mi ha fatto precipitare. Al mattino, fingo di illudermi che il riposo abbia cambiato tutto, che le articolazioni si siano sciolte, che i muscoli si siano ristorati con il sonno. Provo con estrema cautela a spiegare l’ala sinistra (è sempre stata la più forte; quante ironie su un angelo mancino ho dovuto sentire!), provo il movimento di spinta per sollevarmi dal suolo. Nulla. Nessun dolore, è vero, ma non ho più il controllo dei muscoli che dalla schiena si dipartono a controllare le grandi ali, adesso ottusamente ripiegate. Le remiganti, che si facevano pulire e lucidare dal vento d’alta quota, cominciano a opacizzarsi: le vedo impastate di polvere e umidità della notte; la mancanza d’esercizio, anche per via della ferita che segna la carne dalla caviglia alla coscia, ha reso torpidi i muscoli delle gambe e dell’addome. Benché lavi scrupolosamente viso e capelli ogni giorno, la mia chioma ramata è arruffata e ispida. Non so che espressione abbia assunto, ma dopo più di un mese trascorso senza provare la serena ebbrezza del volo, senza respirare l’aria sottile ed euforizzante degli strati più alti, temo che gli stessi lineamenti del viso siano segnati da una sorta di depresso ottundimento. Forse i miei compagni non mi riconoscerebbero neanche, se li incontrassi, se venissero a cercarmi. So comunque che questo non avverrà: ciascuno di noi conta su sé stesso, da sempre; la nostra natura perfetta ha fatto sì che nessuna solidarietà si sia mai generata fra noi; semplicemente non ce n’è bisogno. Mi preoccupano assai gli uomini, invece. So bene cosa rischierei se dei montanari o dei cacciatori – chi altri potrebbe mai venire fin quassù? – mi vedessero camminare a fatica sotto il peso delle ali che strisciano a terra, tentare goffi slanci per prendere la via del cielo, che sembra ormai essermi preclusa per sempre. Ho visto uccidere troppi esseri sconosciuti, con crudeltà indifferente o col brutale disprezzo che sempre è figlio del terrore non riconosciuto. Mi nascondo, allora, contendendo ad altri esseri gli anfratti della roccia, le buche, le grotte. Ieri ho ucciso con le mani un grosso gatto selvatico che mi soffiava feroce davanti alla tana che gli avevo rubato. Ho atteso che mi saltasse addosso, gli ho stretto le mani fra le fauci e il collo, ho strappato forte, facendomi lacerare dai denti aguzzi, ma spezzandogli al tempo stesso le vertebre. Così ho anche da mangiare per giorni, visto che la fame è l’altra grande novità della nuova vita che sembra diventata il mio destino. Desidero segretamente che le ormai inutili appendici che pesano sulla mia schiena si atrofizzino, si riducano a esili moncherini, consentendomi di sostituire all’orgoglio che mi regalavano – ampie e lucenti – la modesta ma essenziale capacità di camminare speditamente.

ArimaneBis, 22:51 | link | commenti (8)
Commenti
#1    18 Settembre 2007 - 21:16
 
eppure queste ali, così descritte, sembrano "vive"
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#2    18 Settembre 2007 - 22:40
 
ho letto di esseri che agognavano le ali, mai di esseri che volevano che cadessero. ma gli angeli esistono per cadere. come qui.

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#3    18 Settembre 2007 - 22:41
 
il qui era questo: http://manginobrioches.splinder.com/post/4040742/L%27ANGELO+ESPLOSO
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#4    19 Settembre 2007 - 16:17
 
*Crono:
No, non sono più lucenti. Lui non è rassegnato, sa che anche a terra si può provare serena ebbrezza.

*Brioche:
Grazie per il tuo Angelo esploso, che non avevo letto. Sono casi angelici diversi, con la sola sorprendente analogia di avere citato entrambi l'ala sinistra! :)

Quanto al desiderio che gli cadano le ali ormai inutili: ogni perdita è un rinnovamento, no?

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#5    19 Settembre 2007 - 23:30
 
Come sa essere obliqua la caduta.

Chissà se si tocca terra per eccesso di perfezione, per momentanea privazione, per la scoperta di una varco alla rovescia o per un’attrazione a calamita esercitata dall’umano, con la forza del basso, dell’opposto.

Non so: certo coincide con una iniziazione alla carne e al sangue.

Verrebbe voglia di un mottetto montaliano.
Del dodicesimo, magari.
“Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l'alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni…..”
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#6    20 Settembre 2007 - 00:10
 
Molto fantasioso questo racconto, però resta il mistero sul perché della metamorfosi.
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#7    20 Settembre 2007 - 09:21
 
e ... se invece le ali gli fossero servite per fare altri tipi di voli? e se la caduta altro non è stata che l'impatto con la realtà?
Non siamo - forse - tutti noi, angeli senz'ali? che a volte, incredibilmente, rispuntano nuovamente e ci portano in alto...
m.
utente anonimo

#8    23 Settembre 2007 - 09:59
 
*Nebbie:
e infatti questo angelo mancino, cadendo, si è destato a soprassalto: è esattamente come dici, un’iniziazione alla carne e al sangue.


*Narrando:
Metamorfosi ancora incompiuta, però.


*m:
Altre ali, altri voli
:))


*Tutti:
Domande e ipotesi. Naturalmente.
Una possibile nel titolo. Libro di Enoch: alcuni angeli (200, si dice; “figli del Signore”) attratti irresistibilmente, scendono sulla terra e si accoppiano con le donne umane.
E regalano all’uomo l’arte del fuoco.
Carne e sangue, appunto. (e, sullo sfondo, rispunta Prometeo…)

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