Specchio
E' qui da tre giorni, ma non l'ho ancora incontrato. Ne sento i rumori, di giorno e di notte: anch'io dormo poco e di sonno leggero. Mi ha subito rassicurato sentire della musica: non si sarebbe dunque infastidito per la mia, che suona quasi ininterrottamente, o almeno non avrebbe potuto lamentarsene. Non distinguo il genere, né tantomeno i pezzi che ascolta: gli appartamenti gemelli che abbiamo preso in affitto, benché pensati solo per vacanze, hanno muri spessi, i suoni passano a malapena.
Dalla terrazza, separata dalla sua solo da una fitta bouganvillea, invece, è diverso. Di solito vengo qui a scrivere: le frasi si disegnano sullo schermo accompagnate dal ticchettìo dei tasti; per pensarle, fermo le mani, guardo il mare oltre la balaustra, cerco il bicchiere e bevo un sorso in silenzio. Da tre giorni, invece, il picchiettare non si ferma. Anche lui scrive. Dovevo immaginarlo, d'altronde: chi altri sarebbe venuto qui, da solo, fuori stagione, se non uno scrittore in cerca di pace, per iniziare o finire un libro?
Ieri, sporgendomi per salvare un foglio portato via dal vento, ho visto da lui libri e fogli, curiosamente disposti sul tavolo nello stesso modo in cui ho messo i miei. Mi è sembrato addirittura di riconoscere qualche copertina, ma non ho voluto essere indiscreto. La sedia era vuota, accanto al portatile acceso un bicchiere a metà: una pausa, evidentemente, come quelle che anch'io mi concedo per la soddisfazione di avere messo un punto; o che mi si impongono per il fastidio di non trovare un'idea o un avverbio.
Ho notato pure che ogni giorno, a ore regolari - io il pomeriggio, lui la mattina - smettiamo di scrivere e usciamo di casa. Lo immagino fare come me: percorrere svagatamente, fumando, la breve strada per il porto, fermarsi a guardare le barche e a prendere qualcosa al bar vicino al molo. Ieri mi sono seduto al solito tavolo; il barista non l'aveva ancora ripulito e nel portacenere, accartocciato, stava un pacchetto vuoto delle mie sigarette, una marca inconsueta, che mi porto dalla città.
Un'ora, forse un'ora e mezzo fa, a casa, ho sentito odore di bruciato. Ho controllato, sembrava tutto a posto. Poi, nell'intrico della pianta in terrazza ho intravvisto dei bagliori. Ho chiamato, senza risposta; mi sono deciso a scavalcare. Le fiamme erano contenute: solo una tenda e qualche carta sparsa. Le ho soffocate facilmente con una secchiata e mi sono dedicato a un'attenta ispezione, per scongiurare altro pericolo. E' stato così che ho visto allineati sullo scaffale, i cd della mia musica preferita. Incuriosito, ho guardato meglio gli oggetti sparsi nella stanza e nel resto della casa; quasi tutti mi erano familiari, dal tagliabarba sulla mensola del bagno al lettore digitale che a volte uso quando passeggio. Nel soggiorno, in una semplice cornice da tavolo, la foto di mia moglie scattata l'anno scorso in montagna. La discrezione è finita lì: ho aperto cassetti e frugato valigie, letto carte e tirato fuori lettere dalle buste. Ho trovato l'estratto conto delle vendite del mio primo libro, il temperino con le mie iniziali sul manico, le chiavi del mio appartamento in città, il mio passaporto.
Sono uno scrittore, non so fare molto altro; così mi è sembrato naturale reagire all'assurdità della situazione scrivendo, raccontando per sommi capi questi giorni passati a vivere accanto a un impostore o a trasformarmi io stesso in un impostore. Le spiegazioni metafisiche mi sono estranee; non ho paura, dunque, di spettri o di dèmoni, sentendo le suole delle mie scarpe da vela calpestare la ghiaia del vialetto e salire i due gradini di legno. Penso, tranquillo, che gli chiederò per prima cosa come abbia fatto a trovare per il mio libro il titolo perfetto che vedo stampato in corpo diciotto sul primo dei fogli ancora nel cassetto della stampante. Io lo cercavo da mesi.
![blognuvolebanner[1]](http://farm4.static.flickr.com/3021/2774575296_e5f3e778be_t.jpg)





