Doppio gong
Ho già incassato tanti colpi che l'idea di prenderne un altro, per quanto doloroso possa essere, mi è quasi indifferente. Me lo risparmia il gong, e ricomincia la litania concitata dei secondi, che dice di guardie più strette, di passi più veloci, di finte più astute. Ascolto le parole che mi arrivano dalla nebbia dei miei sensi scossi; sorrido, annuendo obbediente, anche se è difficile riconoscere un sorriso nel volto sfigurato e ottuso che fissa il vuoto. Nelle invenzioni, nelle storie che spesso ci raccontano, dovrei alzarmi deciso, raccogliere le forze disperate e trasformarmi in un implacabile vendicatore di me stesso. Invece resto lì, anche dopo la campana del nuovo inizio, a sentire la vita che - con languore quasi piacevole - scivola lungo le braccia abbandonate, inciampa sui guantoni, si disperde in rivoli e si raccoglie di nuovo, gocciolando a formare due pozze scure ai lati del piccolo sgabello che mi regge.
Lo scruto mentre barcolla verso l'angolo. Misuro i cedimenti delle gambe a ogni piccolo passo, leggo l'inevitabile rinuncia nelle spalle ingobbite. Penso al colpo che la campana gli ha evitato: probabilmente avrebbe avuto il sapore della conclusione. Gli parlano, mentre asciugano sangue e umori dal viso irriconoscibile; annuisce - sorride, forse - ma so che nessuna di quelle parole lo raggiunge veramente. Vedo già il mio braccio alzato in segno di vittoria, ma è solo un attimo. La scintilla fugace che mi è esplosa nella testa con l'unico colpo che incautamente ho trascurato di parare torna a sfolgorare dietro ai miei occhi, mentre attorno tutto si fa buio e la vittoria evapora insieme al sudore bollente che scorre sul mio volto indenne ma all'improvviso privo di espressione.
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