Cerbero
Mi sforzo di non guardare i quadri alle pareti, mentre frugo con mani esperte fra le carte, i gioielli e il denaro della cassaforte appena scassinata. Ho tempo, un lungo appostamento mi ha rivelato le abitudini dei proprietari della casa; ma un'ansia indistinta – e ingiustificata, dopo tanto tempo che faccio queste cose – mi spinge a fare in fretta. L’impressione di un lievissimo movimento, in alto sul muro, mi costringe a interrompermi e ad alzare gli occhi. Quello che avevo appena intravisto nelle forme scure del dipinto grande e che mi aveva inspiegabilmente inquietato, adesso lo vedo con chiarezza, nonostante la luce ridotta. Non ha nulla di veramente impressionante, il tratto è quasi banale, le forme appena accennate; eppure mi danno un brivido gli artigli che lacerano la carne viva di una qualche creatura schiacciata a terra dal peso del colossale lemure che ingombra quasi tutto il quadro. Torno al mio lavoro con un disagio ancora più acuto; finisco rapidamente di riempire la borsa e vado alla porta. Dev’essere scattata la serratura, perché la maniglia gira a vuoto. Mentre cerco affannato fra i miei attrezzi un grimaldello o qualcosa che mi consenta di aprire, la scarsa luce scompare dietro un’ombra gigantesca; una spinta fortissima mi inchioda, avverto il dolore di tagli profondi sulla schiena. Quando gli occhi si abituano all’oscurità, riesco a distinguere la superficie dura sulla quale è premuto il mio viso: è l'interno della cornice dorata che chiude la scena feroce del dipinto. Prima che il dolore delle ferite mi faccia perdere conoscenza rivedo l'immagine nella memoria e distinguo bene la borsa che la vittima del mostro stringe in una mano, uguale alla mia. Con gli occhi, invece, colgo l’intera stanza da una prospettiva assurda: è come se osservassi i mobili e i tappeti e gli oggetti da un’altezza inusuale, dalla parete dei quadri.
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