Tasche
Per quanto affondi sempre di più la mano nella tasca, non riesce a toccarne il fondo. Al tatto riconosce – o così gli pare – le cose che compongono gli strati che attraversa frugando.
Questa dalla consistenza ruvida è la bugia che ha detto ieri, questa ormai molliccia è quella dell’altroieri (deve ricordarsi di buttarla via, non serve più). Rassicurato, tocca la figurina rara che non scambierà mai, è sempre al suo posto. Si insinua fra viti di Meccano, matite colorate ridotte a mozziconi, chiavi in disuso che ha voluto per sé, fogli accartocciati con disegni minuti di scene di battaglia, fiammiferi segreti, spine dalla forma curiosa, elastici rossi, piume di gabbiano, una galla di quercia, il ricordo – incomprensibilmente caldo - di Anna della quarta B, un soldatino piccolissimo (la mano con la pistola si è rotta), la pallina di pongo del colore indefinito che risulta dalla confusione di mille altri, la biglia di vetro con la spirale colorata che tutti hanno, la paura del corridoio buio, lo scubidù che non ha mai saputo intrecciare, una boccetta di mercurio brillantissimo e ambiguo (argento vivo, dicono; ed è vero, pensa lui; e questa non ce l’ha nessuno), il francobollo di un paese lontanissimo, quasi dubbio, staccato dalla lettera del nonno-comandante in viaggio, il residuo di un maialino di zucchero del quale ha mangiato tutto tranne il muso, resistendo stoicamente alla gola. Niente: la cucitura del fondo, con le sue briciole di pane vecchio, con la sabbia dell’estate interminabile, con il suo buco aperto sul futuro, sembra irraggiungibile, per quante cose la nascondono.
Nell’altra tasca non lo cerca nemmeno, il fondo: è quella dei sogni, tutti alla rinfusa. Quelli fatti la notte, fermo per il terrore o aggrappato alla loro luce per non uscirne. Quelli fatti di giorno - camminando, magari – invidiando, o osservando per imparare, la sicurezza del ragazzo che intravvede sull’altro marciapiedi o il gesto affettuoso di un padre che si china a parlare al bimbo piccolissimo tenuto per mano. Stanno lì, cambieranno molte tasche, li tirerà fuori uno a uno, al tempo.
Nelle tasche posteriori, quasi nulla: figuriamoci se ci mette qualcosa di utile, ché si schiaccerebbe come fu per lo scarabeo secco, iridescente, che gli parve un miracolo trovare su quel ramo. Qualche biglietto, al più, del raro cinema pomeridiano.
Nel taschino, quello piccolo, quello difficile da frugare, invece, ecco le promesse che ha ricevuto e che tiene lì, ben conservate, che non si sciupino. E, con loro, il ricordo dei libri già letti (o guardati, molti sono di figure) e il desiderio di quelli da leggere, sconosciuti e immaginati.
Ma la moneta, la moneta d’oro, la moneta magica che gli dicono avere ricevuto in regalo, non gli riesce mai di trovarla, non l’ha mai vista né toccata. Dev’essere nel fondo irraggiungibile, o forse qualcuno gliel’ha rubata, o forse l’ha perduta. O forse è semplicemente un’altra bugia.
(già apparso nello spazio di alcuni amici virtuali, che si narravano, leggeri)
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