Black hole
Il buco nel muro si allarga ogni giorno, da mesi. Quando l'ho notato la prima volta era come la traccia di un chiodo strappato dalla parete; non mi sono curato di tapparlo; un'unghia di stucco, una pennellata piccola di vernice sarebbero bastati. Adesso che è delle dimensioni di una moneta - anche se i contorni non sono regolari, è rozzamente circolare - servirebbe del cemento. Ma la scelta di non ripararlo ormai è deliberata, non è più pigrizia o noncuranza: sono curioso di vedere fino a quanto crescerà, quanto profondamente arriverà a insinuarsi nella parete, e se, giunto a trapassare il muro, si vedrà qualcosa dietro.
Ogni giorno lo osservo; a volte lo misuro, anche, ma le annotazioni del diametro che per qualche giorno ho conservato e confrontato sono andate perdute in chissà quale cassetto o in chissà quale pulizia delle mie carte. Il più delle volte, invece, al mattino, lo guardo di sfuggita, come si guarda un orologio o un calendario; ne valuto rapidamente l'accrescimento, poi lo dimentico per tutto il giorno, fino a quando, nel riporre i vestiti nell'armadio, non me lo trovo di nuovo davanti agli occhi. Mi sono così abituato alla sua presenza che a volte, rivedendolo, mi passa per la mente una specie di saluto.
Una cosa la faccio sempre, però: mi sincero ogni giorno che sul pavimento o sullo zoccolo non ci siano tracce di polvere, quei granulini fini che ricoprono ogni superficie non appena si fora una parete per piantare un chiodo o per far passare un cavo. Sembra invece che il tutto venga fatto con accuratezza, con scrupolo, come se fosse un artigiano antico a visitare ogni giorno la mia casa, non visto, e a pulire per bene le tracce del suo lavoro. E io controllo ogni giorno che l'ignoto scavatore abbia fatto scrupolosamente il suo lavoro, senza lasciarmi l'incomodo di dover pulire; è come se ci fosse stato un accordo, come se gli avessi affidato io un incarico.
Oggi, però, ho fatto qualcosa di diverso. Ho cominciato timidamente, infilando un dito, ma non ho raggiunto il fondo del buco. Allora ho preso una matita, lunga, nuova, appena temperata: nulla da fare. Lo spiedo che mi sono procurato in cucina mi è sfuggito dalle dita quando ancora non aveva trovato ostacoli; è scomparso nel buio e neanche con una torcia sono più riuscito a vederne il luccichìo. Inquieto, ho scartabellato fra ferri e cianfrusaglie del ripostiglio fino a trovare un cavo semirigido, ma dopo averne infilato più di di tre metri senza incontrare ostacoli mi sono fermato, sgomento. La casa è antica, i muri sono massicci, non hanno intercapedini, il cavo dev'essere penetrato in orizzontale per tutta la lunghezza che ho calcolato. In preda a una sorta di febbre sono sceso di corsa in strada e ho guardato la facciata: a meno di due metri dalla mia finestra si apre quella del vicino. Sono risalito, gli ho bussato a lungo, chiedendomi, mentre aspettavo, cosa mai avrei potuto dirgli per giustificare la strana curiosità di vedere la stanza attigua alla mia. Non ho avuto bisogno di inventare nulla: non mi ha risposto.
Sono rientrato a casa, allora, e con un gesto deciso, quasi isterico, ho strappato il cavo dal muro.
La mia intenzione era probabilmente di misurare con precisione quanto il buco avesse inghiottito della sonda improvvisata; ma adesso non ho più il coraggio di cercare un metro, né di pensare a nulla; me ne sto qui, paralizzato, con il cavo in mano. Ne sono rimasti solo pochi centimetri: l'estremità è mozzata di netto e mostra i segni di denti taglientissimi.
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