Inferni
Un ponte lunghissimo, ondeggiante; agli estremi delle cancellate invalicabili. Gli abitanti, sempre più numerosi, hanno intrecciato delle grandi ceste, con le canne che costeggiano la riva vicino agli ingressi; le hanno appese alle spallette e le usano come rifugi per dormire. Di giorno percorrono il ponte, senza fermarsi, da una punta all’altra, per stancarsi e assicurarsi così, dopo, qualche ora di sonno, che vinca il freddo e il vento che sbatacchia le ceste.
L’ingresso è sui toni del grigio, scrupolosamente pulito, spazioso. Un lungo bancone col piano di vetro lungo la parete ospita i pochi impiegati incaricati della distribuzione della gente. I corridoi sono ciechi, ma ben illuminati. Al di là delle infinite, piccole porte delle quali ciascun nuovo arrivato riceve la chiave nessuno sa cosa ci sia. Nessuno ha mai più rivisto chi è entrato e ha richiuso l’uscio alle sue spalle.
Non si fermano neanche un istante: nonostante la gola sia tesa alla spasimo, il respiro gli manchi e gli occhi minaccino di chiudersi, continuano a parlare. Non c’è chi ascolti, ciascuno è febbrilmente impegnato a emettere suoni; a volte la voce si fa flebile, le parole si impastano, il senso si perde. Negli occhi cogli una sorta di sollievo, ti aspetti che tacciano, che si abbandonino, esausti. Invece, come una scarica li percorre, a quel punto; si raddrizzano e riprendono il loro discorso senza fine.
La strada è dritta e ben tenuta; la monotonia del paesaggio non lascia scampo, ma nessuno ci fa caso. Una fila di auto percorre incessantemente il rettilineo, scompare dietro il lieve dosso che chiude l’orizzonte. In ogni auto, un solo passeggero silenzioso. Se le si osserva abbastanza a lungo, si rivede passare quella che si era vista un giorno o un anno prima; il viso del guidatore è lo stesso, lui ha gli stessi abiti, ma sempre più stanchezza sul volto.
La lotta col vento non finisce mai, non c’è riparo. Qualcuno si ingegna a usare brandelli di abiti come legacci e le rocce come appigli per aggrapparsi e rimediare qualche minuto o qualche ora di riposo. Altri cedono, si stendono a terra e si lasciano trasportare lontano, rotolando sul terreno aspro e costellato di pietre di ogni dimensione. Qualche gruppo si è organizzato: a turno alcuni si dispongono in cerchio stretto a riparare gli altri che cercano ristoro; poi si scambiano.
Sorprende, la vastità della stanza. E’ vuota, a eccezione di un giro di sedie lungo le pareti. Su ogni sedia un uomo o una donna; chi accasciato si sorregge la testa con entrambe le mani, gomiti puntati sulle ginocchia; chi si appoggia alla spalliera con gli occhi chiusi; chi si sforza di stare rigido e composto. I più si guardano a vicenda, interrogandosi con lo sguardo su quale mai sia il motivo che li ha portati qui, condannati al silenzio e a non lasciare mai il posto assegnato.
(qui, un settimo inferno)
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