lunedì, 21 gennaio 2008

Inferni

Un ponte lunghissimo, ondeggiante; agli estremi delle cancellate invalicabili. Gli abitanti, sempre più numerosi, hanno intrecciato  delle grandi ceste, con le canne che costeggiano la riva vicino agli ingressi; le hanno appese alle spallette e le usano come rifugi per dormire. Di giorno percorrono il ponte, senza fermarsi, da una punta all’altra, per stancarsi e assicurarsi così, dopo, qualche ora di sonno, che vinca il freddo e il vento che sbatacchia le ceste.

L’ingresso è sui toni del grigio, scrupolosamente pulito, spazioso. Un lungo bancone col piano di vetro lungo la parete ospita i pochi impiegati incaricati della distribuzione della gente. I corridoi sono ciechi, ma ben illuminati. Al di là delle infinite, piccole porte delle quali ciascun nuovo arrivato riceve la chiave nessuno sa cosa ci sia. Nessuno ha mai più rivisto chi è entrato e ha richiuso l’uscio alle sue spalle.

Non si fermano neanche un istante: nonostante la gola sia tesa alla spasimo, il respiro gli manchi e gli occhi minaccino di chiudersi, continuano a parlare. Non c’è chi ascolti, ciascuno è febbrilmente impegnato a emettere suoni; a volte la voce si fa flebile, le parole si impastano, il senso si perde. Negli occhi cogli una sorta di sollievo, ti aspetti che tacciano, che si abbandonino, esausti. Invece, come una scarica li percorre, a quel punto; si raddrizzano e riprendono il loro discorso senza fine.

La strada è dritta e ben tenuta; la monotonia del paesaggio non lascia scampo, ma nessuno ci fa caso. Una fila di auto percorre incessantemente il rettilineo, scompare dietro il lieve dosso che chiude l’orizzonte. In ogni auto, un solo passeggero silenzioso. Se le si osserva abbastanza a lungo, si rivede passare quella che si era vista un giorno o un anno prima; il viso del guidatore è lo stesso, lui ha gli stessi abiti, ma sempre più stanchezza sul volto.

La lotta col vento non finisce mai, non c’è riparo. Qualcuno si ingegna a usare brandelli di abiti come legacci e le rocce come appigli per aggrapparsi e rimediare qualche minuto o qualche ora di riposo. Altri cedono, si stendono a terra e si lasciano trasportare lontano, rotolando sul terreno aspro e costellato di pietre di ogni dimensione. Qualche gruppo si è organizzato: a turno alcuni si dispongono in cerchio stretto a riparare gli altri che cercano ristoro; poi si scambiano.
 
Sorprende, la vastità della stanza. E’ vuota, a eccezione di un giro di sedie lungo le pareti. Su ogni sedia un uomo o una donna; chi accasciato si sorregge la testa con entrambe le mani, gomiti puntati sulle ginocchia; chi si appoggia alla spalliera con gli occhi chiusi; chi si sforza di stare rigido e composto. I più si guardano a vicenda, interrogandosi con lo sguardo su quale mai sia il motivo che li ha portati qui, condannati al silenzio e a non lasciare mai il posto assegnato.

(qui, un settimo inferno)

 

ArimaneBis, 09:45 | link | commenti (18)
Commenti
#1    21 Gennaio 2008 - 15:10
 
parole che rompano il cerchio perfetto di 6 !
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#2    21 Gennaio 2008 - 17:41
 
molto visuale, più che altre volte, ed evocativo, ché mi sovviene il villaggio del film "La macchina del tempo" e qualche altra immagine sparsa tra ponti tibetani di altre pellicole e videogiochi dove l'azzardo di un tuffo nel vuoto è sempre in agguato.
L'ultimo inferno mi pare un contenitore degli altri, ché voglio presumere che gli incubi precedenti siano parti di menti sofferenti in attesa d'una speranza o della pace.
tutto inquietante e vagamente esoterico, ché anche io ho notato il sei...

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#3    21 Gennaio 2008 - 17:48
 
il 6 è casuale, giuro!


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#4    21 Gennaio 2008 - 18:07
 
Ci credo...ma c'è! E proseguo:

"Qualcuno si ingegni a usare brandelli di" .......parole che rompano il cerchio perfetto di 6.....
"incipit chiusi"
:-)
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#5    21 Gennaio 2008 - 19:14
 
A fugare letture esoteriche:

"L'inferno dei viventi, non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio".
(I. Calvino, Le città invisibili, discorso di Marco Polo al Khan)
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#6    21 Gennaio 2008 - 19:32
 
E comunque, per spezzare il cerchio:


Il settimo inferno

Ammucchiate a migliaia, in un incubo di ferraglia e di plastica e di gomma; sono le dimore degli uomini di qui. Qualcuna è talmente schiacciata dall’urto che l’ha distrutta da essere utilizzabile solamente come piattaforma, come terrazza aggittante; qualcuna, svuotata di tutti i meccanismi, ospita gruppi numerosi, tra abitacolo e vano motore. La montagna si innalza fino alle nuvole, e nelle auto più in cima si sono dovuti sigillare i finestrini con lastre saldate, per difendersi dal freddo impietoso dell’altitudine. Gli abitanti sgusciano ogni giorno fuori dalle aperture e, contorcendosi, scalano la montagna cacciando gli animali ripugnanti che contendono loro le tane scavate nelle lamiere.


(diventerà un post, dopo)
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#7    21 Gennaio 2008 - 20:52
 
Mi porto via il sesto inferno, perché mi ha ricordato il tuo "Fermi"... e il settimo.
Mi permetto di invadere questo spazio con ...

NATURALMENTE

Henry Blodgett guardò l’orologio da polso: erano le due del mattino. Angosciato, chiuse di colpo il libro di testo sul quale aveva studiato e lasciò che la testa gli cadesse sulla scrivania. Non avrebbe mai superato l’esame del giorno seguente: più studiava la geometria, meno ci capiva qualcosa. La matematica in genere gli era sempre riuscita difficile, ma stava scoprendo che gli era addirittura impossibile capire la geometria.Se fosse stato bocciato, avrebbe chiuso con l’Università: nei primi due anni era già stato bocciato in altri tre esami, e secondo il regolamento dell’Università, un’altra bocciatura avrebbe significato la sua automatica espulsione.

Desiderava ardentemente la laurea, poiché gli sarebbe stata indispensabile nella carriera che aveva scelto. Ormai solo un miracolo poteva salvarlo.Si rizzò all’improvviso, colpito da un’idea: perché non tentare con la magia? Si era sempre interessato di occultismo. Sui libri aveva spesso letto le semplici istruzioni necessarie per evocare un demone e costringerlo a obbedire alla propria volontà. Fino ad allora l’aveva sempre considerata una cosa un po’ rischiosa e quindi non ci aveva mai provato, ma quella era un’emergenza, e valeva la pena correre un piccolo rischio. Solo grazie alla magia nera sarebbe potuto diventare da un minuto all’altro un esperto in geometria.Prese dallo scaffale il miglior testo sulla magia nera, trovò la pagina che gli serviva e si rinfrescò la memoria leggendo le poche cose che avrebbe dovuto fare.Sgombrò con entusiasmo il pavimento spingendo i mobili contro i muri, tracciò col gesso un pentagono sul tappeto e vi entrò. Pronunciò poi gli incantesimi.Il demone era decisamente più orribile di quanto si aspettasse, ma raccolse il coraggio e cominciò ad esporre il proprio problema.

- Non sono mai stato bravo in geometria… - cominciò.

- L’avevo intuito - disse con gioia sadica il demone e con un sorriso di fiamma lo ghermí attraverso le linee di gesso del’inutile esagono che Henry aveva disegnato per errore, invece del pentagono che l’avrebbe protetto.


Fredric Brown



crona, sloggata
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#8    21 Gennaio 2008 - 20:55
 
ero sloggata, giuro
(neanche io sono brava in geometria, evidentemente...)
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#9    21 Gennaio 2008 - 22:01
 
F. Brown è sempre un grande maestro. Specie nella forma brevissima (eh, Crono, non devo dirlo a te, dopo che abbiamo tante volte delirato per Sentinel o per La risposta o per Esperimento ;)

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#10    22 Gennaio 2008 - 00:02
 

" ....Erano creature, troppo schifose,
con solo due braccia due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame." (F.B.)
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#11    22 Gennaio 2008 - 02:17
 
*Nebbie:
:)
Il celeberrimo racconto, Cronomoto l'aveva opportunamente riproposto tempo fa (http://cronomoto.splinder.com/post/7226426), sottolineandone l'attualità (della quale si dispiaceva). Lo segnalo, seguendo la mia ormai quasi ossessione di utilizzare i blog come patrimonio di memoria e non come foglietti di calendario da strappare, a chi volesse leggerlo agevolmente per intero. Gli altri due che ho citato, invece, stanno insieme a questo nelle due antologie einaudiane Le meraviglie del possibile.


*Crono:
(dimenticavo)
I Fermi e i Silenziosi... Temi che ricorrono, mi pare.
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#12    22 Gennaio 2008 - 18:14
 
torno per dire che , per lo meno io, non avevo pensieri esoterici, tutt'altro. Solo che ero, nel leggerti, impigliata nella...non so come dire...serratezza - compattezza formale dei tuoi incipit. Così, oltre che al piacere di leggerli, non mi è restato che contare quei 6 inferni senza sbocco, così reali nella loro...fantasmagoria.
Chapeau! Lemma
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#13    22 Gennaio 2008 - 20:23
 
senza piu memoria
senza piu fantasia
si aggirava per la stanza senza capire
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#14    22 Gennaio 2008 - 20:26
 
*Lemma:
Chiarissimo fin dall'inizio; ma la cosa bella qui è lo spunto che una battuta (o anche un equivoco) può dare; per esercitare (auto)ironia, per "giocare" con i testi e con le letture. Con "leggerezza", insomma ;)
(Molto contento che gli inferni abbiano avuto questa accoglienza, grazie)
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#15    22 Gennaio 2008 - 21:32
 
*giarre:
Un altro inferno?
:)
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#16    24 Gennaio 2008 - 11:51
 
Il ponte è un prodigio, una strada nel cielo, l’uomo che contesta i propri limiti.
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#17    24 Gennaio 2008 - 18:48
 
Ne hai identificato qualcuno... ma ce ne sono moltissimi altri, ognuno ha il proprio, uguale e diverso, i più fortunati fingono
di non vederlo :-))
utente anonimo

#18    28 Gennaio 2008 - 23:45
 
Scusate il ritardo.

*Narrando:
Questo però, è un ponte-prigione, e di prodigioso ha solo l'incantesimo che impedisce di uscirne.


*Anonimo:
Non posso far altro che rimandare al Calvino citato in #5.
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