domenica, 27 gennaio 2008

Prevenzione

Il cronovisore ci consente appostamenti più che comodi; niente nottate a gelare all’angolo di una strada o dietro ai cespugli. Il file delle biografie scorre su una colonna dello schermo mentre al centro c'è come un filmato; i nostri specialisti scelgono i momenti più adatti, inquadrano, selezionano le immagini, le montano. Noi le guardiamo nella grande sala di proiezione, fumando assorti nel buio e imprimendoci nella memoria volti, luoghi, abitudini. Poi partiamo; di solito siamo in pochi, ma a volte assomigliamo a un piccolo esercito. Gli compariamo davanti nelle nostre tute da combattimento, con le nostre armi infallibili, e per loro è già troppo tardi per accennare una qualsiasi reazione. Non abbiamo mai sbagliato, finora. Quattordici anni di missioni, quasi una catena di montaggio. Li eliminiamo dopo brevi, impari lotte, prima che possano compiere quello che sappiamo avrebbero compiuto. I pochi che sanno di noi ci chiamano – con qualche ragione, anche se con molta retorica – Giustizieri del tempo. Indifferenti, abbiamo calpestato l’erba delle steppe affrontando dei cavalieri nomadi pronti alla devastazione, abbiamo violato bunker nazisti, abbiamo accerchiato e sterminato folle di fanatici che, urlando, innalzavano croci nelle città renane. A me è capitato di trovarmi da solo, qualche volta, a entrare nella casa di insospettabili e di sparare a raffica su una famiglia raccolta attorno al pranzo; apparentemente un’azione barbara, se il nome di quella famiglia non fosse poi risuonato terrificante nelle piazze irte di patiboli, nelle camere di tortura, nei saccheggi delle case.
In certi casi non basta fermare un capo, un futuro feroce dittatore; quello è facile, si piomba all’uscita di scuola, quando, ancora ragazzino, gioca a pallone con i compagni e lo si fredda lì, senza fermarsi a guardare il viso dai tratti quasi sempre angelici. No, in certi casi l’azione riguarda squadre o eserciti già organizzati per dare la caccia all’eretico, al negro o per occupare un paese. Allora mobilitiamo le compagnie al completo, trasportiamo sulle navi temporali armi pesanti, provviste, munizioni e andiamo a combattere una vera guerra. Sono guerre senza storia: le loro armi non riescono quasi a fare vittime fra noi, mentre la potenza del nostro fuoco ha in genere ragione della loro resistenza in pochi minuti o in poche ore.
Ho attraversato il tempo migliaia di volte, ormai, ma non ho visto quasi nulla di questo passato dal quale intendiamo estirpare l’efferatezza. In tanti anni di operazioni, mi sono fermato in zona operazioni giusto il tempo di eliminare con un colpo alla nuca il futuro torturatore, o di accerchiare e fare strage del manipolo di mercenari che sta per compiere un saccheggio in nome della fede, o di entrare nelle sedi di terribili polizie segrete con il lanciafiamme spianato. Due miei commilitoni mi raccontavano della loro missione ad Alessandria, ad assassinare il vescovo prima che capeggiasse il linciaggio di una sacerdotessa; ho chiesto loro della fine della Biblioteca, ma hanno riso di cuore: sarebbe stato ben curioso vedere due energumeni con le bandoliere a tracolla e le armi in spalla preoccuparsi di libri.
Ogni volta che torniamo a casa, qualcosa è cambiato, ovviamente, persone e cose che conoscevamo non ci sono più, intere città hanno cambiato nome o colore della pelle degli abitanti. Ma il Servizio continua a esistere. Calcoli raffinatissimi, per quanto solo probabilistici, proteggono una linea di futuro che conduce fino a noi, all’esistenza del nostro gruppo e dei nostri capi.
Domani vado ad uccidere un fanatico rumeno che – mi dicono – dovrebbe presto fondare un partito che avvelenerà quelle regioni per molti anni. Ho in mente, incise come in una foto d’autore, le sue espressioni, i tratti del suo viso; mi aprirà la porta di casa, sorpreso, ma senza sospettare; io chiamerò i miei due uomini e, con scrupolo, faremo dell’appartamento un piccolo cimitero. Torneremo indietro subito, senza neanche renderci conto delle strade non asfaltate, del palazzo ridicolmente pretenzioso.
All'inizio si è dibattuto molto sulla moralità di quello che facciamo, se sia giusto punire in anticipo anche il criminale più abominevole. Ma i nostri capi l'hanno spiegato bene: non di punizione si tratta, ma di prevenzione; una misura igienica, insomma. E poi, con le continue modificazioni degli eventi che provochiamo con i nostri interventi - al riparo delle quali resta solo la nostra istituzione - nel mondo di adesso è scomparsa quasi ogni memoria della nostra stessa esistenza. Le enormi esigenze del nostro programma sono finanziate automaticamente, i nostri uomini sono reclutati fra i figli dei soldati e dei tecnici che analizzano il tempo e disegnano le strategie più opportune. Siamo del tutto autosufficienti e indipendenti da qualsiasi potere. Me lo spiegò un Coordinatore, una volta che ci incontrammo a mensa: demiurgo, disse, fuori dal tempo e dallo spazio, arbitro dei destini. Ma non ci penso poi tanto, a queste cose. Sono un soldato, io.

ArimaneBis, 15:20 | link | commenti (9)
Commenti
#1    27 Gennaio 2008 - 21:56
 
A volte penso che i blog siano posti fin troppo stretti per storie così piacevolmente complicate, così cariche di spunti... Piaciuta davvero.
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#2    28 Gennaio 2008 - 18:33
 
i tuoi incipit sono diventati racconti
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#3    28 Gennaio 2008 - 23:40
 
*DottorCaligari:
Forse stanno strette, ma sono contente di vivere qui, per i lettori che passano e si fermano.
Lietissimo della visita e dell'apprezzamento.


*Giarre:
;)

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#4    29 Gennaio 2008 - 05:51
 
molto bello,bravo..
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#5    30 Gennaio 2008 - 00:05
 
Ancora più di un racconto: una pre-visione.

La realtà ci sta educando al paradosso, a percorrere le cose ai loro bordi più estremi.

Questa tua scrittura (molto bella) mi richiama Henry Slesar, e il suo racconto 'Giorno d’esame'.

(un saluto)
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#6    30 Gennaio 2008 - 12:05
 
*Nebbie:
La promessa della felicità, la ricerca della perfezione, la convinzione di potere (e dovere) estirpare il "male":
i modi migliori per creare un incubo (personale o collettivo); come nel lacerante racconto di Slesar; che a sua volta, con la geniale e agghiacciante idea del crudele mantenimento della mediocrità, rimanda all'altrettanto geniale Idioti in marcia di Kornbluth e alla logica rovesciata, rispetto a Slesar, del grande Matheson de L'esame.
Da sempre penso alle straordinarie capacità profetiche e monitorie di questa letteratura cosiddetta "minore"; ma se, sul tema, vogliamo andare sul classico, non posso non pensare al Mondo nuovo di Huxley (a proposito, bella cosa, la recentissima riedizione di questo grande libro nella "falsa" Medusa celebrativa).

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#7    30 Gennaio 2008 - 12:52
 
Oh Ford! quanto è vero...
;)
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#8    20 Agosto 2008 - 08:50
 
L'incipit è ottimo...
Però c'è un racconto (poi romanzo) di I. Asimov che narra della stessa materia. Il titolo è "La fine dell'eternità" e, secondo me, uno dei più bei "prodotti" della fantasia asimoviana oltre ai Robot e alla Fondazione.
Ciao!
Luca

p.s.
http://it.wikipedia.org/wiki/La_fine_dell'eternit%C3%A0
utente anonimo

#9    27 Agosto 2008 - 23:29
 
*Luca:
Grazie dell'indicazione.
Non conosco il romanzo (spesso trovo Asimov - Fondazione e Roibot a parte - un po' freddo e a volte di maniera, non l'ho mai scandagliato per intero).
Quanto all'analogia: trovo sempre interessante che si verifichi una coincidenza del genere; evidentemente le letture formano un gusto, un orizzonte, un patrimonio che decliniamo spesso anche inconsapevolmente (nei due sensi: inconsapevoli dell'esistenza di un analogo; inconsapevolmente riproducendo a proprio modo idee e temi acquisiti nella lettura, magari antica e dimenticata).
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