Ottovolante
La cremagliera ci ha messo degli anni per portarmi fin quassù. Lo scatto secco dei denti d'acciaio ha accompagnato e scandito tutta la vita di cui conservo ricordo; che attorno ci fossero le pareti di un tunnel buio o che potessi rilassarmi al sole tiepido delle mattinate d'estate, che dovessi serrare gli abiti attorno al collo per difendermi dai venti impazziti, che fossi attorniato da folle o che mi ritrovassi senza nessuno cui chiedere perché e quando, ho sempre avvertito a intervalli esasperatamente regolari il piccolo sobbalzo e il rumore della catena che avanza sulla sua guida di artigli. Lentissima, a moltiplicare l'ansia e la paura, la navicella dai colori vivaci si è allontanata dai primi anni, presto invisibili dietro la coltre di nebbia che li avvolge. L'ingresso dell'ottovolante, con i suoi passamano logori e la fila di gente ansiosa di iniziare la corsa è un ricordo indistinto; non saprei dire il colore della cabina del bigliettaio, né rammento più se fosse una giornata di sole o se abbia aspettato sotto la pioggia scrosciante. Adesso l'aria è rarefatta, il cielo chiarissimo, l'orizzonte immenso. Mi godo la vista sempre più aperta ormai da molto tempo, ma per la prima volta oggi, svegliandomi e stendendo le gambe quanto posso nell'abitacolo, non ho visto davanti a me il traliccio di sostegno: ancora pochi denti e sarei stato in cima, dunque. Una paura senza nome mi assale quando, di colpo, con degli scatti a catena, la navicella supera la sommità e rovescia la sua inclinazione, rimandendo in bilico e costringendomi a guardare in basso. L'interminabile percorso segnato dal binario che precipita è una vista al tempo stesso agghiacciante e ipnotica. E' per oggi, dunque, il nuovo inizio: libera da ogni vincolo, la cabina scivolerà a velocità folle sulle due striscie d'acciaio levigate e rese lucenti da mille e mille passaggi, fino a infilarsi in una nebbia uguale a quella che mi nasconde l'inizio della pista. Non durerà poco, il precipitare da quest'altezza, ma alla fine saprò se i binari si piegano in una curva dolce o in un'altra salita, leggera, a smorzare l'inerzia accumulata correndo verso il basso, o se invece il percorso si interrompe lì, in mezzo alla foschia della terra umida, pronta a inghiottirmi.
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