mercoledì, 06 febbraio 2008
Botte di ferro

E’ cresciuto come un organismo vivo. Dietro la spettacolare architettura di ferri, molle, naselli, nottole, bulloni, cerniere, il chiavistello originale – di quelli a mandata semplice - quasi non si distingue più; della sua piastra rugginosa ormai appare solo qualche angolo smussato e qualche vite storta.
Nella pervicace convinzione di poter tenere fuori ladri, fantasmi e forse seduzioni, gli abitanti della casa hanno sovrapposto e affiancato caoticamente serrature, catenacci, saliscendi, a formare un groviglio intricato, un monumento alla paura che li attanaglia da sempre. Negli anni, nuovi lucchetti sono stati aggiunti sul pesante battente di quercia, dove vi fosse appena uno spazio disponibile. Piastre e staffe a rafforzare le toppe, tubi di ferro che scorrono dentro anelli avvitati al legno per incastrarsi nello stipite, catene prigioniere a bloccare l’apertura, e poi meccanismi a scatto, a scorrimento, a doppia sicura; si accalcano, stratificati, a volte elidendosi a vicenda. L’ammasso di ferraglia pare esploso dalla porta stessa; con il suo peso crescente, ha fatto incrinare i cardini, a loro volta continuamente rinforzati e imbullonati per adattarli alla nuova torsione e reggere il labirintico congegno. Appare ormai come un tutto unico, questo, infatti: incredibilmente, levigatissime boccole satinate e cilindri d’acciaio, cardini modanati e scrorrevoli bruniti sembrano fusi in una sola, armoniosa e folle struttura.
Ci si accorge che non è così quando si tratta di aprire o di chiudere: la successione delle operazioni e dei gesti è ormai così complessa da richiedere l’attento studio di una sorta di manuale, sedimentatosi nel tempo a partire da appunti, annotazioni, disegni. Il brogliaccio sta lì, appeso ai ferri con uno spezzone di corda; poche volte si ha il tempo o l’animo di leggerlo tutto e di seguirne le laboriose procedure. Lo stesso tempo necessario a sbloccare gli infiniti paletti e a girare le innumerevoli chiavi nelle toppe – anche senza esitare o fermarsi a leggere le istruzioni - si è dilatato al punto da scoraggiare l’impresa e da limitarla a pochissime occasioni, attentamente programmate con larghissimo anticipo. Lo sferragliare dei mille serrami, allora, è così sonoro e prolungato da svegliare l’intero quartiere e accompagnare le vite dei suoi abitanti per molte ore.
ArimaneBis, 19:25 | link | commenti (5)
Commenti
#1    06 Febbraio 2008 - 23:36
 
E' come vivere cementati nelle proprie paure, lasciando che nomi cose materiali e gesti costruiscano una parete immobile e 'perfetta': così non si riconoscono gli angeli sotto le spoglie di stranieri, così non si riconosce la zampa del lupo sotto lo strato di farina.

E lo scambio muore: non ha lo scatto gioioso dell'incontro, ma la legnosità ferrosa dell'impresa dettata da una qualche programmata necessità.
E' fatica e macchinosità, insieme.
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#2    07 Febbraio 2008 - 17:31
 
Ciascuna paura, ciascuna vissuta e ognuna ricordata, ha suono suo incardinato prima, incardinato poi. Tempo scandito, senza soluzione, per non poter dimenticare mai.
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#3    09 Febbraio 2008 - 12:22
 
colpita favorevolmente da questo scritto, ben scritto!:-)
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#4    09 Febbraio 2008 - 17:43
 
*Nebbie:
"Lo scatto gioioso dell'incontro": ecco.
(Tempo fa avevo un manifesto con una sequenza di porte di paesi toscani: belle, antiche, con cardini enormi, battenti vetusti, batacchi monumentali; l'effetto era vagamente inquietante)


*Lemmaelabel:
E non solo le paure.


*Domaccia:
:)
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#5    09 Febbraio 2008 - 17:44
 
*Nebbie:
Saltata l'associazione con le porte: era alla "legnosità ferrosa" :))
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