sabato, 16 febbraio 2008

The End

Sono l’ultimo; così dicono, almeno. L’involto è rozzo, fatto di stracci consunti e di vecchia plastica trasparente che si è opacizzata e comincia a creparsi. L’idea è di proteggermi dalle intemperie e dagli incidenti, ma soprattutto dal contagio che ha sterminato i miei simili. Nessuno, d’altronde, ha mai capito di cosa si sia trattato: l’epidemia si era diffusa nella generale indifferenza; eravamo solo i cimeli di un mondo scomparso.
Il male era come un disseccamento inarrestabile: la legatura perdeva elasticità, si fratturava anche senza che nessuno la toccasse; le pagine diventavano fragilissime; crepitavano, a sfogliarle. Come se fosse passato un soffio caldissimo di scirocco ad asciugarne le fibre, a irrigidirle e a renderle friabili e delicatissime. Alla fine restava solo un mucchietto di polvere grigia.
Gli ultimi ad essere apparsi prima dell’inizio del morbo erano stati i primi a cedere: fatti con materiali economici, destinati a durar poco, si erano disfatti con rapidità impressionante. Ma presto si videro polverizzarsi codici vecchi di secoli, collassare sugli scaffali sterminate collane di classici e di saggi, svanire nella polvere intere collezioni di poesie e romanzi. C’era chi rimaneva sgomento di fronte al livellamento assoluto che la malattia realizzava: il rinsecchimento progressivo riguardava indistintamente opere di geniali poeti e di modesti divulgatori, di insigni accademici e di comici effimeri. Per un po’, fra gli amatori, fogli sciolti superstiti di grandi romanzi furono oggetto di commerci incredibilmente redditizi, ma la breve vita che le pagine ammalate erano ineluttabilmente destinate ad avere fece presto crollare il mercato. 
A volte, piccoli capannelli si riunivano a osservare il lavoro degli spalatori che liberavano dalle montagne di polvere le sedi delle biblioteche; qualcuno, quasi sempre un anziano, mostrava silenziosa tristezza e perfino qualche lacrima. Ma i più accettarono il destino dei libri senza curarsene. Le grandi strutture di scaffali si prestarono bene ad essere riutilizzate per esporre cibi e vestiti; nelle case, le pareti, sgombrate dai ripiani ormai inutili, furono decorate da grandi schermi e ologrammi evanescenti. 
Durò poco meno di un decennio, l’epidemia. Alla fine, i notiziari annunciarono distrattamente che si stimava non esistesse più nessun libro; in realtà molte case e scantinati conservavano ancora dei superstiti, rimasti incomprensibilmente immuni. A fare scomparire anche quelli fu la constatazione che nessun danno era derivato dalla perdita dell’immenso patrimonio accumulato nei secoli. Tutti i libri, d’altronde, erano stati archiviati nei recessi delle immense memorie; combinando e ricombinando parole e segni, lacerandole e ricomponendole in ibridi effimeri di conoscenze prive di qualsiasi contesto, le macchine erano capaci di rispondere a qualsiasi domanda. Chiunque possedesse ancora dei mucchi di carta cucita se ne sbarazzò, allora. La pioggia nelle discariche e il fuoco negli inceneritori fecero il resto.
Non so perché abbiano invece conservato me. Sulla copertina, muffita e semidisfatta porto un titolo banale e un nome insignificante; la carta delle pagine è malandata e l’inchiostro sbiadito in più punti; la lingua in cui sono scritto è ormai incomprensibile a quasi tutti. Chi mi possiede, d’altronde, non mi usa mai, se non per vantarsi di avere un oggetto unico, srotolando la stoffa che mi protegge con un sorriso soddisfatto, ottuso e allusivo, come mostrasse un osceno e imbarazzante reperto, attraente solo per la morbosa curiosità necrofila che scatena.
Oggi, però, intravedo con triste sollievo la fine di questa vita senza scopo. Forse è un germe superstite, come lo sono io: l’umidità della carta inizia a ridursi, sulle pagine cominciano ad apparire le macchie grigio chiaro che annunciano lo scatenarsi della malattia. Entro pochi giorni sarò polvere anche io.

ArimaneBis, 11:53 | link | commenti (7)
Commenti
#1    16 Febbraio 2008 - 12:17
 
"le macchine erano capaci di rispondere a qualsiasi domanda"

è spaventoso.
quasi come il germe.

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#2    16 Febbraio 2008 - 13:02
 
Le macchine sono già capaci di rispondere a qualsiasi domanda. Appunto mischiando, lacerando e ricomponendo quasi a caso quello che hanno immagazzinato, che abbiamo loro messo dentro. E restituendolo per lo più in forma grottesca e caotica, incongrua e decontestualizzata.
To browse è - in origine - il gesto sapiente delle api, che implica la serendipity; come girare fra gli scaffali per cercare una cosa e trovarne decine di impreviste e insospettate. E' diventato sinonimo di vagare a caso.
Un OPAC magari è comodo, ma ti mette il paraocchi e ti impedisce di vedere il libro che sta accanto a quello che cerchi. O ci mette accanto quelli previsti dalla sua logica ottusa, alfabetica o da "parola-chiave" (che idiozia! piuttosto che chiavi, le parole sono serrature, che chiudono, delimitano un significato).
E se googli una parola avrai fianco a fianco saggi e bugiardi, specialisti e imbonitori, che la pronunciano.
E sempre più gente crede loro, alle macchine, incrollabilmente.

(pardon per il pistolotto telematico-comunicativo) ;)
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#3    16 Febbraio 2008 - 13:59
 
col permesso: le chiavi aprono e/o chiudono.

svanisco :))
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#4    16 Febbraio 2008 - 15:35
 
*Majara:
Naturalmente!
(http://www.provediseduzione.splinder.com/post/11841040)
(http://provediseduzione.splinder.com/post/15835286)
(http://provediseduzione.splinder.com/post/13753275)
Un, due, tre! ;))
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#5    20 Febbraio 2008 - 00:18
 
una muta di pelle malata, immemore di forme e di disegni.
Torna presto!
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#6    25 Febbraio 2008 - 11:36
 
resto in attesa di nuove storie.
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#7    26 Febbraio 2008 - 01:21
 
*Mrka:
ah, quelle le aspetto anch'io.
Ma Lula e gli altri sembra siano fuori forma, o in vacanza, così il carniere resta vuoto, per ora.
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