Tempo al tempo
L’orologio me l’hanno regalato quando sono nato.
Me ne hanno parlato sempre, fin da bambino, a volte me l’hanno mostrato; è prezioso, dicevano, lo teniamo noi, per adesso.
I due signori che chiamavano zii li ho visti solo due volte: avrò avuto dodici anni, era un sabato pomeriggio; in cucina, cappotti neri addosso, parlavano piano con mio padre; non sembrava fossero parenti, il tono era privo di confidenza. Lui diceva "crudele"; loro, interdetti, promettevano un'altra soluzione; forse basta un solo giorno, dopotutto, sentii che dicevano. La seconda volta, poco meno di un mese dopo, dissero di essere venuti a conoscermi, ché ormai ero un ometto. I miei stavano in disparte, ansiosi, parlavano solo loro. Mi dissero di guardare spesso l'orologio, per abituarmi ad avere il senso del tempo; e di far caso ai giorni in rosso sul datario, che erano quelli importanti. Alla fine, mi consegnarono delle istruzioni, sigillate, con l'impegno di non aprirle prima che l'orologio segnasse un certo giorno.
Pochi anni dopo cominciai a portarlo sempre addosso, e il ticchettìo discreto che avvertivo quando tutto era immerso nel silenzio mi era diventato familiare come le mie stesse pulsazioni. L'orologio - da tasca, quadrante bianco e lancette d'oro giallo - non necessitava di carica, non tardava né anticipava mai di una frazione di secondo. Quando al mattino vedevo il giorno in rosso, sentivo una scossa sulla pelle: in quei giorni ho trovato l'energia per preparare bene degli esami difficili, la forza uscire dal sonno che a volte mi opprimeva per settimane, il coraggio di sfidare i rivali, di rivelarmi alla donna bellissima che volevo, di spazzare dalla mia strada avversari e amici.
Ieri è arrivato il giorno fissato tanto tempo prima; me n'ero quasi dimenticato, dopo più di cinquant'anni, ma, svegliandomi, ho avuto come l'impressione che il ticchettìo fosse più forte, insistente. Così mi sono ricordato e ho aperto la busta sigillata. C'era solo un biglietto di carta di Amalfi, elegante, con una cifra scritta in inchiostro amaranto, in una calligrafia antiquata: la data di oggi.
Grazie agli avvisi imprevedibili dell'orologio - l'ho già detto - ho potuto usare bene i miei giorni: possiedo e dirigo un'esclusiva fabbrica di cronometri di precisione, sofisticatissimi, costosi; sono molto occupato, non ho mai un minuto libero. Ieri, però, ho annullato tutti gli impegni, mi sono dedicato a sistemare i sospesi, a scrivere lettere. E' bastato un giorno, come avevo sentito dire tanto tempo prima, a chiudere i conti di molti anni. Eppure, fino a ieri ero pronto ad aprirne degli altri, grazie a quell'antico accordo preso in cucina, che mi aveva impedito di sapere in anticipo la data di questo giorno.
Finito di far tutto, ho staccato il telefono e sono venuto qui alla finestra, dalla quale adesso vedo, sei piani più sotto, per strada, due signori in nero che pagano un taxi e si infilano nel mio portone. Guardo la data che sembra di un rosso più acceso del solito, il quadrante che ha resistito immacolato al tempo segnato dagli infiniti giri delle lancette, e mi accorgo che queste si sono fermate.
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