lunedì, 17 marzo 2008

Spettri

Passa ogni giorno davanti alle mie finestre, alla stessa ora; un gilet di pelle sulla camicia di arabeschi a colori forti e scuri, esotici, i capelli sciolti e il viso truccato con semplice eleganza. Precipitandomi trafelato, l’ho seguita più volte lungo la cancellata che chiude il giardino, ma il marciapiedi, dopo la svolta, è sempre deserto.

E’ un soffio, che nulla ha a che fare col respiro degli uomini, col vento, con gli sbuffi delle macchine. E’ gelido, a volte, o porta un malsano calore. 

Non ha mai parlato, da quando l’ho visto seduto sull’angolo del divano. Mai ha cambiato posizione, né accennato a espressioni diverse dallo stupore ottuso che gli ho letto negli occhi quella volta. Da anni ho smesso di fargli domande, di tentare di spingere fuori la sua presenza di pietra. Tengo chiusa la stanza e spero così di poterlo ignorare.

La pozza liquida che asciugo ogni mattina riflette quello che non c’è, che non può esserci, sul soffitto bianco che la sovrasta. Scene confuse, ma vive. Figure deformate si muovono sotto un cielo di gesso, piatto, senza nuvole.

Te lo ritrovi sul tavolo o fra i panni stirati o nel cestino del pane quando hai smesso di pensarci. E’ opaco, fluido e pesante. Se guardi bene, vedi come una piccola bocca carnosa che sembra masticare incessantemente.

Un sibilo inaudito che si abbassa di tono fino a fare note impensabili per poi risalire di colpo. Se ti occupi, ti distrai, accendi una musica forte, puoi sperare che sia svanito. Lo ritrovi, intatto e monotono, non appena tendi, cauto, l’orecchio ad ascoltare.

Le luci, come fasci di piccoli riflettori, corrono veloci sul mio tavolo ingombro di carte; anche di giorno, quando il sole batte su questa superficie affollata, vedo i cerchi luminosi che si inseguono, si uniscono, si staccano. Disegnano dei percorsi del tutto incomprensibili. Svaniscono solo se avvicino la mano a farmela illuminare.

Esplode in bocca appena addentato un cibo qualsiasi, sempre senza alcuna coerenza con quanto schiaccio con i denti e con la lingua. Forte, violento, il sapore sconosciuto, amaro più di ogni altro amaro, dura pochi secondi sulle papille. Ma resta, evocatore di abissi, nella coscienza.

La prima volta che sentii lo sfioramento fugace pensai a una piuma vagante, a un filo di ragnatela, a un minuscolo seme alato. Ho dovuto invece rassegnarmi a subire l'inquietudine che quel tocco di nulla scatena da quando l'ambigua carezza raggiunge la pelle attraverso i vestiti.

Cambia sempre. Avvio il lettore, cauto, e ancora provo il brivido della prima volta, quando sentii che il testo della canzone parlava a me, di cose mie; e la musica era altro da quello che l'etichetta dichiarava. Minacciosa a volte, beffarda sempre, la voce è sgraziata e ossessiva; le note sono rozze e incongrue. Il più delle volte, l'angoscia mi costringe a interrompere.

ArimaneBis, 22:57 | link | commenti (11)
Commenti
#1    18 Marzo 2008 - 00:17
 
"...pochi secondi sulle papille. Ma resta, evocatore di abissi, nella coscienza."
Eccole...le pulsioni forti del gusto. Epifanie latenti
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#2    18 Marzo 2008 - 01:01
 
Il gusto, sì. Come si era detto.
Questo è un testo "pensato", non di quelli "che sgorgano". L'idea era quella di immaginare uno spettro per ognuno dei sensi. Poi i fantasmi si sono moltiplicati (sgorgando), fino a dieci. E, nonostante questo, mi sono reso conto di avere trascurato l'olfatto.
Quattro ectoplasmi si vedono, tre toccano, due si ascoltano, uno si gusta (dis-gusta), nessuno si annusa.
Eppure era semplice, obbligato, quasi.
Paradossale!
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#3    18 Marzo 2008 - 07:57
 
Provo a restringere la rosa di spettri che mi porterei via:

1, è uno spettro che non lascerebbe impresse sensazioni spiacevoli per il resto della giornata.

3, perché forse è l'unico spettro di cui ho veramente paura (da quando ero bambina)

4, perché questa pozza-cielo mi ha fatto tornare in menteL'acqua aderiva al soffitto. Sospettò che non fosse il suo mondo

5, mi ricorda l'orrore che provo quando trovo le locuste nei panni stesi fuori nei giorni di scirocco (poco da ridere!)

10, la peggior minaccia è quella che cambia in continuazione
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#4    18 Marzo 2008 - 17:45
 
Osservo anche una "scala" decrescente: 4 3 2 1....
A volte sulla soglia del risveglio, come ultima e magari unica, memoria di un sogno mi resta un odore nelle narici di una persona, o di un luogo. Può capitare che diventi la cifra del risveglio, quando non della giornata intera. Quello che so dire di certo è che questo odore diventa fisico, sfiora il tatto, quasi fosse un oggetto che attraversa la realtà nello scorrere tra le ore.
Ma non ho il dono di raccontarlo!
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#5    18 Marzo 2008 - 21:15
 
a volte mi sempre di sbirciare oltre una porta che si apre su un mondo parallelo...
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#6    19 Marzo 2008 - 15:19
 
Il quarto segmento, a partire dalla fine, mi accompagna.

"Le luci, come i fasci di piccoli riflettori, corrono veloci sul mio tavolo ingombro di carte": sono pulviscoli di parole, quelle scivolate dai fogli accartocciati e rigettati, sono le lettere che non ho mai scritto né trattenuto, sono lacrime negate, per non intristire chi è già triste e non può assorbire anche la tristezza altrui.

"vedo i cerchi luminosi che si inseguono, si unicono, si staccano."

Scambiati per la gibigianna generosa di luce e specchi, sono pezzetti d'aura che cercano aggregazione, subito smarriti dalla mia mano e dall'anello che mette in gioco un bagliore reale.

Mi son convinta che siano tutte prove d'esistenza, esperimenti di chi esistenza non ha avuto.
O, forse, prove di seduzione.

(un saluto)
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#7    19 Marzo 2008 - 16:31
 
*Crono:
Così mi dimezzi la compagnia degli spettri! Me ne porti via cinque!
E invece degli spettri si ha bisogno, per sapere come sia abitato il mondo.


*Lemma:
ecco, l'hai scritto tu, quello che mancava. Grazie.


*Cetta:
Magnifico il lapsus: "a volte/mi semPRE"!
Rivela abitudini di frequentazione di quell'uscio :))


*Nebbie:
Sì, ci provano, a esistere.
Ed è vero: vengono a sedurci.
Sono incompiuti, sono non finiti...
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#8    19 Marzo 2008 - 21:32
 
Di spettri si ha bisogno dici?
Mah...forse si ha solo bisogno di aver paura, per non abituarsi troppo al bello della vita. Per potersi lentamente preparare a lasciarla.

P.S.: Complimenti per il nuovo avatar ;-)
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#9    19 Marzo 2008 - 22:00
 
*RosaTiziana:
Questo intendevo: la paura educa, a suo modo.

(non mi sorprende che Blue Shadow (Folon) ti piaccia, visto che hai postato l'Ombra di Andersen :)) )

(bentornata)
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#10    20 Marzo 2008 - 18:32
 
Verissimo! :-)
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#11    21 Marzo 2008 - 22:38
 
non avevo notato il lapsus...
ma mi sa che hai ragionissima!!!

:o)
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