Spettri
Passa ogni giorno davanti alle mie finestre, alla stessa ora; un gilet di pelle sulla camicia di arabeschi a colori forti e scuri, esotici, i capelli sciolti e il viso truccato con semplice eleganza. Precipitandomi trafelato, l’ho seguita più volte lungo la cancellata che chiude il giardino, ma il marciapiedi, dopo la svolta, è sempre deserto.
E’ un soffio, che nulla ha a che fare col respiro degli uomini, col vento, con gli sbuffi delle macchine. E’ gelido, a volte, o porta un malsano calore.
Non ha mai parlato, da quando l’ho visto seduto sull’angolo del divano. Mai ha cambiato posizione, né accennato a espressioni diverse dallo stupore ottuso che gli ho letto negli occhi quella volta. Da anni ho smesso di fargli domande, di tentare di spingere fuori la sua presenza di pietra. Tengo chiusa la stanza e spero così di poterlo ignorare.
La pozza liquida che asciugo ogni mattina riflette quello che non c’è, che non può esserci, sul soffitto bianco che la sovrasta. Scene confuse, ma vive. Figure deformate si muovono sotto un cielo di gesso, piatto, senza nuvole.
Te lo ritrovi sul tavolo o fra i panni stirati o nel cestino del pane quando hai smesso di pensarci. E’ opaco, fluido e pesante. Se guardi bene, vedi come una piccola bocca carnosa che sembra masticare incessantemente.
Un sibilo inaudito che si abbassa di tono fino a fare note impensabili per poi risalire di colpo. Se ti occupi, ti distrai, accendi una musica forte, puoi sperare che sia svanito. Lo ritrovi, intatto e monotono, non appena tendi, cauto, l’orecchio ad ascoltare.
Le luci, come fasci di piccoli riflettori, corrono veloci sul mio tavolo ingombro di carte; anche di giorno, quando il sole batte su questa superficie affollata, vedo i cerchi luminosi che si inseguono, si uniscono, si staccano. Disegnano dei percorsi del tutto incomprensibili. Svaniscono solo se avvicino la mano a farmela illuminare.
Esplode in bocca appena addentato un cibo qualsiasi, sempre senza alcuna coerenza con quanto schiaccio con i denti e con la lingua. Forte, violento, il sapore sconosciuto, amaro più di ogni altro amaro, dura pochi secondi sulle papille. Ma resta, evocatore di abissi, nella coscienza.
La prima volta che sentii lo sfioramento fugace pensai a una piuma vagante, a un filo di ragnatela, a un minuscolo seme alato. Ho dovuto invece rassegnarmi a subire l'inquietudine che quel tocco di nulla scatena da quando l'ambigua carezza raggiunge la pelle attraverso i vestiti.
Cambia sempre. Avvio il lettore, cauto, e ancora provo il brivido della prima volta, quando sentii che il testo della canzone parlava a me, di cose mie; e la musica era altro da quello che l'etichetta dichiarava. Minacciosa a volte, beffarda sempre, la voce è sgraziata e ossessiva; le note sono rozze e incongrue. Il più delle volte, l'angoscia mi costringe a interrompere.
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