Novantasei gradi
Il mondo si era inclinato. Per un capriccio degli dèi o per una falla intervenuta nelle leggi di natura, l’angolo retto era scomparso; per quanti sforzi si facessero per mettere due linee a perpendicolo, non c’era nulla da fare: come per un bloccaggio mal stretto, come per una vite che avesse perso la filettatura, l’angolo cedeva, e si allargava inesorabilmente nell’ottusità. Pochi gradi, in realtà, come risultò subito dalle misurazioni, ma che bastavano a mandare all’aria estetica e leggi fisiche, grammatica e geometria insieme.
Eppure reggeva. In qualche modo caotico, le forze prima sostenute dall’eleganza della squadra si redistribuivano lungo la slabbratura degli spigoli dalle linee sghembe e non consentivano a nulla di crollare, di incrinarsi, di traballare. Il nuovo ordine, certo, obbligava a qualche contorsione, a parecchi aggiustamenti, ma l’occhio e il passo non richiedevano più di qualche piccolo sforzo per adattarsi a un paesaggio storto, a una realtà priva di simmetrie. Si stuccarono le crepe e ci si abituò ad abbassare un po’ una spalla per essere in sintonia con l’intorno; si corressero i libri e si ridisegnarono i progetti; si dotò ogni superficie di bordi di contenimento e si assunse un portamento meno eretto nel camminare. Fu difficile tarare di nuovo gli strumenti di precisione, anzi, abbandonare il concetto stesso di precisione, in un certo senso. Ma – e ciò fu chiaro fin da subito – nessuno accettò di considerare il mondo difettoso e improbabile solo perché i tavoli lasciavano scivolare gli oggetti e non era più possibile squadrare un foglio.
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