Cartografia
Ho diviso col righello ogni foglio in quadrati. Cinque su un lato, sei sull’altro: trenta riquadri per foglio. I fogli sono duecentodieci; mandando a memoria ogni giorno i nomi contenuti in un quadrato, impiegherò poco meno di vent’anni a imparare il nome di tutti i luoghi del mondo. Ammesso che questo atlante li contenga e li registri tutti, cosa che so benissimo non essere vera. La finzione, tuttavia, non mi inquieta più di tanto: anche se i villaggi più piccoli fossero segnati sulle carte, resterebbero i nomi dei quartieri e delle contrade, delle vie, delle piazze, dei palazzi, perfino, e delle case. E dentro le case, i nomi delle stanze – ricordo che nella vecchia casa dove nacqui, c’era la Stanza delle Sedie e quella Verde, ad esempio – a disegnare stesa sul mondo una ragnatela così fitta di nomi che nessuna carta, per quanto grande, riuscirebbe mai a rappresentare senza sovrapporre lettere e caratteri. Ho stipulato un accordo con me stesso, accettando i limiti - per così dire - di risoluzione delle carte che possiedo; e accettando pure la convenzione che il mondo finisca lì, a quel livello di specificazione.
Lo scopo della mia fatica è quello di tutti, far passare il tempo convincendosi di fare qualcosa di indispensabile, proiettato nel futuro, con un obiettivo. Ne ho vista, a suo tempo, di gente impegnata a far crescere i figli, ad avanzare nelle carriere, a completare collezioni di medaglie o di tormenti. La mia occupazione - questa che mi sono inventato, perfettamente adatta e compatibile in pieno con la mia situazione - non è diversa da quelle. L’idea di sapere di Timisoara e di Aspen, Ulan Bator, Unterwalden, Kingston, di pronunciare con sicurezza nomi esotici e nostrani, figurandomi ogni volta l’esatto posto in cui si trovano e, magari, sentendo in quei nomi il sapore della sabbia del deserto o la salsedine, il tanfo greve del mango troppo maturo o il fumo asfissiante delle fabbriche, l’idea mi dà la vertigine. Ricreerò dentro di me, pronto a pronunciarlo, a farlo esistere di nuovo, il mondo che ho perduto. Il mondo del quale mi è rimasta questa stanza quasi senza arredi e uno sbrindellato atlante appartenuto a un ragazzo della scuola di qui.
(anche in Lettere dal carcere)
![blognuvolebanner[1]](http://farm4.static.flickr.com/3021/2774575296_e5f3e778be_t.jpg)





