Circolo vizioso
Per le prime venti pagine ha funzionato. Mi sono staccato del tutto dal testo, mi sono sforzato di pensare che fosse davvero anonimo, ho lavorato a rifinirlo, a proporre cambiamenti, a segnare ciò che rimane oscuro o troppo involuto o superfluo. Le so fare bene, queste cose, è stato a lungo il mio lavoro, anche se forse sono un po’ fuori esercizio. Le cose si sono confuse dal terzo capitolo; non sono più riuscito a mantenere il distacco necessario, e l’effetto è stato disastroso: il romanzo l’ho praticamente riscritto da capo. Sono tornato anche sui primi due capitoli, quelli già corretti, per introdurre un dettaglio, per definire meglio un personaggio, in funzione del radicale cambiamento che ho fatto nel seguito. Ho cambiato perfino il finale; troppo consolatorio, quello scritto all’inizio.
Adesso che ho finito, penso all’incredibile serie di circostanze che mi hanno portato ad essere l’editor di me stesso: il ritardo nel consegnare il manoscritto, l’editor già impegnato in altri lavori che chiede all’amico di fargli quel lavoro in nero, l’amico che, resosi conto di non essere in grado – scrivo difficile, io – chiama il collega di un tempo; io che non sono capace di dirgli di no e il manoscritto che torna di nuovo sul mio tavolo.
Mi ero rigirato a lungo fra le mani il fascio di fogli, dopo avere letto le prime righe, superato lo sbalordimento per l’incredibile coincidenza che rimetteva nelle mani dell’autore un testo sul quale non doveva più intervenire. Ragionevolezza avrebbe voluto che chiamassi l’amico, dicendo dell’assurdità della circostanza; un tarlo malizioso mi diceva di approfittarne, invece, e di realizzare il sogno di ogni autore: scavalcare l’odioso puntiglio dell’editor ed evitare le liti interminabili per una congiunzione, la vergogna per la scoperta delle magagne nel proprio scritto, le frustrazioni brucianti per i tagli.
Avvertire la tentazione e cedervi fu un attimo, ma non avevo previsto che si trattava di un’illusione: il romanzo avrebbe di nuovo bisogno di un buon editor, per rendere leggibile il guazzabuglio di idee caoticamente introdotte con cancellature, rimandi, frecce e inserti scritti sul margine, fogli aggiunti. Non mi azzardo a cercarlo, però: sono convinto che - inevitabilmente - il manoscritto finirebbe col ritornare nelle mie mani, a generare un’altra versione ancora, in un gioco di specchi senza fine.
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