lunedì, 31 marzo 2008

Circolo vizioso

Per le prime venti pagine ha funzionato. Mi sono staccato del tutto dal testo, mi sono sforzato di pensare che fosse davvero anonimo, ho lavorato a rifinirlo, a proporre cambiamenti, a segnare ciò che rimane oscuro o troppo involuto o superfluo. Le so fare bene, queste cose, è stato a lungo il mio lavoro, anche se forse sono un po’ fuori esercizio. Le cose si sono confuse dal terzo capitolo; non sono più riuscito a mantenere il distacco necessario, e l’effetto è stato disastroso: il romanzo l’ho praticamente riscritto da capo. Sono tornato anche sui primi due capitoli, quelli già corretti, per introdurre un dettaglio, per definire meglio un personaggio, in funzione del radicale cambiamento che ho fatto nel seguito. Ho cambiato perfino il finale; troppo consolatorio, quello scritto all’inizio.
Adesso che ho finito, penso all’incredibile serie di circostanze che mi hanno portato ad essere l’editor di me stesso: il ritardo nel consegnare il manoscritto, l’editor già impegnato in altri lavori che chiede all’amico di fargli quel lavoro in nero, l’amico che, resosi conto di non essere in grado – scrivo difficile, io – chiama il collega di un tempo; io che non sono capace di dirgli di no e il manoscritto che torna di nuovo sul mio tavolo.
Mi ero rigirato a lungo fra le mani il fascio di fogli, dopo avere letto le prime righe, superato lo sbalordimento per l’incredibile coincidenza che rimetteva nelle mani dell’autore un testo sul quale non doveva più intervenire. Ragionevolezza avrebbe voluto che chiamassi l’amico, dicendo dell’assurdità della circostanza; un tarlo malizioso mi diceva di approfittarne, invece, e di realizzare il sogno di ogni autore: scavalcare l’odioso puntiglio dell’editor ed evitare le liti interminabili per una congiunzione, la vergogna per la scoperta delle magagne nel proprio scritto, le frustrazioni brucianti per i tagli.
Avvertire la tentazione e cedervi fu un attimo, ma non avevo previsto che si trattava di un’illusione: il  romanzo avrebbe di nuovo bisogno di un buon editor, per rendere leggibile il guazzabuglio di idee caoticamente introdotte con cancellature, rimandi, frecce e inserti scritti sul margine, fogli aggiunti. Non mi azzardo a cercarlo, però: sono convinto che - inevitabilmente - il manoscritto finirebbe col ritornare nelle mie mani, a generare un’altra versione ancora, in un gioco di specchi senza fine.

ArimaneBis, 17:55 | link | commenti (9)
Commenti
#1    31 Marzo 2008 - 18:26
 
Dura la vita dello scrittore. L'impiegato almeno può lamentarsi del capo, può dare la colpa ai colleghi, può prendersi le pause più lunghe a spese dell'azienda...
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#2    01 Aprile 2008 - 11:21
 
...e duro il distacco da ciò che si scrive, ché deve diventare specchio d'altri per continuare a parlare!
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#3    02 Aprile 2008 - 12:52
 
Un contadino, intento a spietrare un campo - come i suoi avi, per generazioni - si lamentava: "le pietre figliano!".
E' un po' quello che accade allo scrittore del racconto (a chiunque scriva), con le parole. Guai a ritornarci, ché ogni volta una parola ne genera una nuova.
Come spesso mi è capitato di dire: finire è interrompere.
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#4    03 Aprile 2008 - 20:49
 
l'editor avrebbe dovuto conservare tutte le versioni e poi pubblicarle insieme...
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#5    04 Aprile 2008 - 15:05
 
Un'edizione critica?
(Ma: l'editor è l'autore!)
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#6    04 Aprile 2008 - 23:52
 
l'editor/autore [avevo compreso :)]avrebbe potuto lasciare tutti gli scritti e pubblicarli insieme... un'edizione critica? non so... sicuramente un'idea da non scartare.
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#7    05 Aprile 2008 - 05:40
 
Certo!
Intendo che l'editor, essendo autore, anche nell'atto del raccogliere le diverse versioni non smetterebbe di intervenirvi e di crearne delle altre. L'ipotetica "auto-edizione critica" sarebbe infinita. ;)
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#8    01 Maggio 2008 - 01:16
 
alcune frasi mi sembrano pensieri che ho avuto...
uno non finirebbe mai di essere l'editor di se stesso.
si finisce: per sfinimento
r
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#9    01 Maggio 2008 - 11:08
 
*Remo:
"Il racconto che sto scrivendo non riesce a finire. No, non sono io che sono incapace di trovare il punto per mettere il punto. Sono loro, i miei personaggi, la donna giovane e delicata, il medico sempre stanco, l’autista cinico e grasso, che non si decidono a uscire di scena. Hanno sempre qualcosa da aggiungere, una domanda da fare, un saluto in sospeso. Perfino il cielo si ostina a non fermare la corsa delle sue nuvole in una forma che si possa ragionevolmente considerare adatta alla conclusione della storia".
(http://provediseduzione.splinder.com/post/9645556; l'avevi pure commentato :) )
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