mercoledì, 02 aprile 2008

Visita

'U Munti. Era, in realtà, solo una modesta elevazione, risultato dell’accumulo di sfabricidi e macerie in uno spazio vuoto fra le strade del quartiere di tristi giganti di cemento invecchiati prima di essere finiti. Un gran mucchio di una ventina di metri, compattato e fatto crescere dalle ruspe, dalla pioggia e dal contributo assiduo di carcasse e rottami. Una garriga verdissima solo per pochi mesi, altrimenti di un marrone luttuoso, ne copriva voracemente scarpate, anfratti, crepacci e doline. Mille volte recintato, mille volte abbattuti e divelti muretti, transenne o steccati, era il luogo dove si misurava il nostro coraggio, il nostro fiato, la nostra vergogna. I versanti scoscesi avevano visto tradimenti, battaglie, trattati, morbosi convegni attorno a foto spiegazzate; per i più grandi e fortunati, anche baci e impacciati toccamenti, quando qualcuna sfidava la fama sospetta di quel luogo di maschi. Adesso, dopo decenni, è ancora qui, esposto al mio sguardo appannato dal velo di vere guerre, di veri baci, di autentici tradimenti, vissuti e sofferti. Ci cammino cauto, attento ai vetri rotti e ai topi che lo infestano, allora preda ambìta di battute con micidiali canne aguzze, lunghi bastoni, pietre pesanti. Ci sono capitato per caso, sbagliando una svolta in queste strade ormai dimenticate, e l’ho subito riconosciuto, o almeno così ho creduto. Ora, però, ho la sensazione che da quando ho lasciato l’auto sulla via deserta e ho iniziato la salita sia passato troppo tempo per non essere già in cima. Guardo in basso, ma nel buio che è intanto arrivato non distinguo più la strada, né vedo la casa davanti alla quale ho parcheggiato; intorno, cauti rumori, respiri, passi. Incespico, non ho più le gambe di prima. La paura sottile che mi prende mi dice assurdamente di salire ancora, di sfidare ancora i nemici appostati nei cespugli, di guadagnare la vetta. Non faccio in tempo: una canna acuminata lanciata con forza mi trapassa il collo. Vedo il contorno della sommità del monte disegnarsi appena sul cielo nero. Cado, a finire la vita fra un frigo abbandonato e un groviglio di rovi senza nome.


(Alla rilettura, è apparso essere un parziale calco del Borghese stregato, di Dino Buzzati. Del tutto inconsapevole).

ArimaneBis, 16:31 | link | commenti (4)
Commenti
#1    02 Aprile 2008 - 18:39
 
(dopo una rilettura del Borghese Stregato)
il paesaggio è torvo anche qui, la cima del monte e Sisto forse si assomigliano nel rappresentare quella parte di mondo/inconscio che fa paura, ma ci manca: almeno per un attimo si vorrebbe abitarla.

In Visita, però, riconosco Arimane, quando scrive di scarti imprevisti, pronti dietro l'angolo a dare corpo all'inquietudine del lettore o a tracinarlo in blu profondi.

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#2    03 Aprile 2008 - 13:59
 
Com'è affollata, prima, questa visita; e com'è vuota, "groviglio di rovi senza nome", poi...
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#3    03 Aprile 2008 - 15:08
 
E poi è la parola a dire la sua: così esatta e definiente, quando, invece, gli eventi si appannano nella ripetizione. Si va, si va, senza arrivare, senza approdare. Rovinando.
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#4    04 Aprile 2008 - 13:51
 
*Crono:
Grazie della comparazione. Detto da te, appassionata conoscitrice di Buzzati, mi lusinga e rassicura.
Hai colto anche un'intenzione che temevo apparisse sfumata: raffigurare la coesistenza di paura e desiderio.


*Lemma:
E' un gioco di tensioni alternate, sì. Contento che si avverta.


*Nebbie:
Preciso/appannato è davvero il cuore del racconto, nelle mie intenzioni: cambia l'atmosfera, cambia il tempo e il luogo (pur restando sul Monte) e cambia la percezione. La precisione non è più di casa, come l'oggettività.


*Tutti:
Contento che sia comune il sentire svolte e opposizioni.
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