Visita
'U Munti. Era, in realtà, solo una modesta elevazione, risultato dell’accumulo di sfabricidi e macerie in uno spazio vuoto fra le strade del quartiere di tristi giganti di cemento invecchiati prima di essere finiti. Un gran mucchio di una ventina di metri, compattato e fatto crescere dalle ruspe, dalla pioggia e dal contributo assiduo di carcasse e rottami. Una garriga verdissima solo per pochi mesi, altrimenti di un marrone luttuoso, ne copriva voracemente scarpate, anfratti, crepacci e doline. Mille volte recintato, mille volte abbattuti e divelti muretti, transenne o steccati, era il luogo dove si misurava il nostro coraggio, il nostro fiato, la nostra vergogna. I versanti scoscesi avevano visto tradimenti, battaglie, trattati, morbosi convegni attorno a foto spiegazzate; per i più grandi e fortunati, anche baci e impacciati toccamenti, quando qualcuna sfidava la fama sospetta di quel luogo di maschi. Adesso, dopo decenni, è ancora qui, esposto al mio sguardo appannato dal velo di vere guerre, di veri baci, di autentici tradimenti, vissuti e sofferti. Ci cammino cauto, attento ai vetri rotti e ai topi che lo infestano, allora preda ambìta di battute con micidiali canne aguzze, lunghi bastoni, pietre pesanti. Ci sono capitato per caso, sbagliando una svolta in queste strade ormai dimenticate, e l’ho subito riconosciuto, o almeno così ho creduto. Ora, però, ho la sensazione che da quando ho lasciato l’auto sulla via deserta e ho iniziato la salita sia passato troppo tempo per non essere già in cima. Guardo in basso, ma nel buio che è intanto arrivato non distinguo più la strada, né vedo la casa davanti alla quale ho parcheggiato; intorno, cauti rumori, respiri, passi. Incespico, non ho più le gambe di prima. La paura sottile che mi prende mi dice assurdamente di salire ancora, di sfidare ancora i nemici appostati nei cespugli, di guadagnare la vetta. Non faccio in tempo: una canna acuminata lanciata con forza mi trapassa il collo. Vedo il contorno della sommità del monte disegnarsi appena sul cielo nero. Cado, a finire la vita fra un frigo abbandonato e un groviglio di rovi senza nome.
(Alla rilettura, è apparso essere un parziale calco del Borghese stregato, di Dino Buzzati. Del tutto inconsapevole).
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