sabato, 05 aprile 2008

Bistrot

È in fondo alla strada lungo il canale, quella con gli alberi dal tronco liscio e scuro. Una sala ampia, pilastrini di ghisa riverniciati mille volte, bancone di legno segnato, pavimento a scacchi, orologio al muro e divanetti di velluto liso lungo le pareti. I colori sono crema, rosso cupo e tutti quelli - tanti - della gente. Servono kyr e pezzi di futuro, ma se vuoi un liquore dolce o un vecchio vermouth non te lo fanno mancare, ti arriva con accanto la ciotolina di ricordi e di rimpianti, misti. Superalcolici, pochi. In fondo al gin e al whisky ci sono solo i giorni amari, non tutti li gradiscono in anticipo, forse sperando che il non vederli li faccia passare senza stracciarti troppo.
Ci si va a fine giornata, in genere - ché se vai al mattino trovi luci spente e sedie ordinatamente rovesciate e odore forte di liscivia - a consumare le ultime ore dell’oggi e a sollevare il sipario dei giorni dopo. Puoi fermarti un minuto, sugli sgabelli o in piedi, o far tardi, accaldato, al tavolo ingombro di parole e di bicchieri vuoti. Dipende da quanto vuoi sapere, dalla voglia di guardare e pensare da solo a ciò che non è ancora, o di ridere con chi lo sa fare della caduta di dopodomani o del premio che speri prima dell’autunno.
È Kalhed che viene ai tavoli, grembiulone nero sulla camicia bianca, un figlietto vispo sempre dietro, che curiosa furtivo nei fondi dei bicchieri prima che lui lo cacci ridendo. Al banco c’è Sybille, invece, con i suoi cent’anni di gitanes e di mascara pesante. Fino all’anno scorso potevi anche sentire la voce pastosa di Louis, che veniva direttamente dai suoi centoventi chili di pancia; ma ha preferito un tuffo nel canale, l’inverno passato - dal ponte, dov’è più profondo - a quel futuro di aghi e lenzuola e boccette e camici bianchi trovato in fondo al bicchiere di pastis che ogni sera, saracinesca mezza calata, rubava ai divieti del dottore.
Kalhed ti domanda i desideri con la grazia della sua terra di deserti, di scacchi sul selciato, di portici d’ombra; arriva con il vassoio - l’ammaccatura sembra fatta all’origine, nata con quell’oggetto d’acciaio lucido - e mette tutto sul tavolino, senza ordine, ammiccando. Sei tu a riconoscere e a prendere in mano il bicchiere giusto; raramente ti sbagli: ti ha guidato, senza che lo vedessi, il suo breve sguardo astuto, divertito o commosso.
Sybille, invece, non ha bisogno di chiedere, conosce tutti, lei. E se sei nuovo ti guarda brevemente e ti serve quello che vede nei tuoi vestiti spiegazzati dalla festa o ben stirati per il lavoro, nelle tue mani nervose o pacate, nei tuoi capelli arruffati o dignitosamente acconciati, qualche filo grigio, un ciuffo che cade di lato. Mormora fra sé e sé l’ordinazione, la cicca che sobbalza fra le labbra senza che mai cada un nulla di cenere, versa senza risparmio, si allontana, burberamente discreta, a lasciare che assapori il giorno dopo, o il momento che aspetti da sempre.
Non si sa dove tengano il tempo che vai a bere, nessuno è mai passato dalla porticina battente che porta sul retro. Ci immagini scaffali e armadi, cataste di casse, muri umidi e macchiati, penombra. E, in disordine, i momenti di vuoto, i giorni esaltati, i mesi di pensieri silenziosi, gli addii, gli incontri, dei giocattoli usati, una penna ansiosa, un fiore secco, uno strumento incomprensibile, tanti nomi.
Non ha mai avuto un nome, il posto, invece. Glielo dai tu, ogni volta diverso, quando entri, ed è il nome del progetto, della speranza, del desiderio che vai a sbirciare.

(Nato per l'Osteria da Amalia, adesso chiusa da un po')

ArimaneBis, 08:14 | link | commenti (10)
Commenti
#1    05 Aprile 2008 - 09:37
 
(Rileggo e mi vien voglia di riaprirla, l'osteria... ;-)
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#2    05 Aprile 2008 - 20:54
 
io penso sempre che dovrei smettere...
resisto per un po', anche per tanto...
ma poi, alla prossima festa ci ricado...
ricado nei rossi... ma soprattutto nei bianchi...
bella la scena... ma a me sembra un micro racconto, un piccolo gioiello.
sempre bravo.
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#3    06 Aprile 2008 - 10:33
 
un pò izzo un pò carlotto
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#4    06 Aprile 2008 - 12:31
 
*Majara:
Fammi sapere, allora! Si serviva un kyr davvero fatto con tutti i crismi, lì ;))


* Cetta:
E' l'atmosfera che si desidera per il posto in cui incontrare le persone care, credo. Purtroppo sempre più rara.


* Giarre:
Izzo è un complimento; Carlotto meno.
Ma comunque, di gusto transalpino si parla e dunque ok :))
(sul noir, italiano e non, ho gusti forse eretici. Manchette più che Izzo, De Cataldo più che i diversi Carofiglio, Carlotto et similia; ovviamente, Camilleri e Lucarelli sono casi a parte, ciascuno per suo conto).
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#5    06 Aprile 2008 - 23:13
 
Ah...ma vedo che siamo in sintonia io e te in questo periodo! Si parla entrambi di sogni ;-)
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#6    07 Aprile 2008 - 16:50
 
Alla faccia delle calamiti!
appena ho attaccato un m'è più riuscito smettere.
ora continuo con calma a spolpartelo, qui.
Ti terrò sott'occhio passo passo.
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#7    07 Aprile 2008 - 20:25
 
Essì, lo senti proprio l'odore delle gitanes gialle senza filtro. L'odore di quelle accese e di quelle spente, più freddo.
Poi, quando esci, dall'aria ferma all'aria repentina della sera, l'odore te lo porti dietro. Sta per lasciare le tue narici, quando scesa nel metrò, ecco che ricompare, misto a quello del ferro, un po' umido...
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#8    08 Aprile 2008 - 09:34
 
*RosaTiziana:
"Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni".
(W. Shakespeare, La tempesta)


*Marianna:
Lieto di riuscire nell'intento.
Grazie della visita.


*Lemma:
Una geografia e una topografia degli odori. Suggeritori potenti di cui si è spesso inconsapevoli.
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#9    10 Aprile 2008 - 21:41
 
Che bei blog si incontrano da Remo!
I.
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#10    10 Aprile 2008 - 23:20
 
Molto grato della visita e dell'apprezzamento, che ricambio per l'intensissima attività del tuo blog.
Anch'io credo che Remo abbia il grande merito di fare da punto d'incontro e di conoscenza. Generoso, dissi una volta. Confermo.
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