Bistrot
È in fondo alla strada lungo il canale, quella con gli alberi dal tronco liscio e scuro. Una sala ampia, pilastrini di ghisa riverniciati mille volte, bancone di legno segnato, pavimento a scacchi, orologio al muro e divanetti di velluto liso lungo le pareti. I colori sono crema, rosso cupo e tutti quelli - tanti - della gente. Servono kyr e pezzi di futuro, ma se vuoi un liquore dolce o un vecchio vermouth non te lo fanno mancare, ti arriva con accanto la ciotolina di ricordi e di rimpianti, misti. Superalcolici, pochi. In fondo al gin e al whisky ci sono solo i giorni amari, non tutti li gradiscono in anticipo, forse sperando che il non vederli li faccia passare senza stracciarti troppo.
Ci si va a fine giornata, in genere - ché se vai al mattino trovi luci spente e sedie ordinatamente rovesciate e odore forte di liscivia - a consumare le ultime ore dell’oggi e a sollevare il sipario dei giorni dopo. Puoi fermarti un minuto, sugli sgabelli o in piedi, o far tardi, accaldato, al tavolo ingombro di parole e di bicchieri vuoti. Dipende da quanto vuoi sapere, dalla voglia di guardare e pensare da solo a ciò che non è ancora, o di ridere con chi lo sa fare della caduta di dopodomani o del premio che speri prima dell’autunno.
È Kalhed che viene ai tavoli, grembiulone nero sulla camicia bianca, un figlietto vispo sempre dietro, che curiosa furtivo nei fondi dei bicchieri prima che lui lo cacci ridendo. Al banco c’è Sybille, invece, con i suoi cent’anni di gitanes e di mascara pesante. Fino all’anno scorso potevi anche sentire la voce pastosa di Louis, che veniva direttamente dai suoi centoventi chili di pancia; ma ha preferito un tuffo nel canale, l’inverno passato - dal ponte, dov’è più profondo - a quel futuro di aghi e lenzuola e boccette e camici bianchi trovato in fondo al bicchiere di pastis che ogni sera, saracinesca mezza calata, rubava ai divieti del dottore.
Kalhed ti domanda i desideri con la grazia della sua terra di deserti, di scacchi sul selciato, di portici d’ombra; arriva con il vassoio - l’ammaccatura sembra fatta all’origine, nata con quell’oggetto d’acciaio lucido - e mette tutto sul tavolino, senza ordine, ammiccando. Sei tu a riconoscere e a prendere in mano il bicchiere giusto; raramente ti sbagli: ti ha guidato, senza che lo vedessi, il suo breve sguardo astuto, divertito o commosso.
Sybille, invece, non ha bisogno di chiedere, conosce tutti, lei. E se sei nuovo ti guarda brevemente e ti serve quello che vede nei tuoi vestiti spiegazzati dalla festa o ben stirati per il lavoro, nelle tue mani nervose o pacate, nei tuoi capelli arruffati o dignitosamente acconciati, qualche filo grigio, un ciuffo che cade di lato. Mormora fra sé e sé l’ordinazione, la cicca che sobbalza fra le labbra senza che mai cada un nulla di cenere, versa senza risparmio, si allontana, burberamente discreta, a lasciare che assapori il giorno dopo, o il momento che aspetti da sempre.
Non si sa dove tengano il tempo che vai a bere, nessuno è mai passato dalla porticina battente che porta sul retro. Ci immagini scaffali e armadi, cataste di casse, muri umidi e macchiati, penombra. E, in disordine, i momenti di vuoto, i giorni esaltati, i mesi di pensieri silenziosi, gli addii, gli incontri, dei giocattoli usati, una penna ansiosa, un fiore secco, uno strumento incomprensibile, tanti nomi.
Non ha mai avuto un nome, il posto, invece. Glielo dai tu, ogni volta diverso, quando entri, ed è il nome del progetto, della speranza, del desiderio che vai a sbirciare.
(Nato per l'Osteria da Amalia, adesso chiusa da un po')
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