Confino
A chiudere la mia prigione è un mare di un azzurro intensissimo. Da certi luoghi riesco a vedere quasi per intero il perimetro di questa recinzione liquida e insuperabile, ma ci vado di rado: mi dà angoscia.
Se invece lo sguardo abbraccia un orizzonte interrotto, se incontra un costone, un'altura, posso immaginare che al di là dell'ostacolo la terra continui, si connetta con campi, pianure, altri monti, percorsi da uomini e animali; che delle strade attraversino il paesaggio. E le strade - si sa - portano altrove: è la loro funzione, il loro motivo.
Mi è invece difficile immaginare come strada il taglio effimero sulla superficie del mare aperto ogni settimana dalla prua della piccola imbarcazione che viene rifornire l'isola e a verificare che io sia ancora in vita e in salute.
Quella scia, anche quando il mare è piatto come oggi, è breve; si allarga dietro il barcone, si stempera e si confonde, fino a diventare indistinguibile dai flutti. Un'altra volta ho visto strade così labili, tracciate appena nel terriccio rosso del deserto, presto confuse fra le pieghe della sabbia incessantemente rimodellate dal vento.
Deserto, ecco. Benché rigogliosa, benché abitata, benché fornita di tutto, quest'isola è un deserto, un luogo lontano dalla vita. Nulla a che vedere con la vita, le monotone ed elementari relazioni che intrattengo con i pochi abitanti: saluti, chiacchiere sul vento, sugli alberi che non fruttificano ancora, qualche acquisto. Ma si tratta di poca cosa: tutto ciò che mi serve mi viene fornito e se a volte compro o baratto qualcosa è solo per capriccio.
Meno banali sono gli incontri con lei. Venne quasi subito alla casa sul poggio, inaspettatamente. I fianchi forti che mi accolsero, le labbra carnose che mi percorsero sono rimasti anonimi, come anonimo è sempre rimasto il sapore di quei momenti. Potrei farne a meno, se non avessero l'effetto di illudermi di vivere qualcosa di più complicato della solitudine o del meccanico scambio di parole con gli altri abitanti. Sospetti, gelosie, rischi, sono l'unica variante di una vita che è pena proprio per la quasi totale assenza di complicazioni.
Sono forse ingeneroso, però. Una trama, per quanto esile, di rapporti, di confronti, si disegna quasi tutte le sere, quando siedo ai tavolini dell'unico bar dell'isola e mi lascio coinvolgere dal maniacale gusto per il backgammon che impera fra gli abitanti. So bene quanto artificiali siano gli intrecci di sguardi e di pensieri che disegnano strategie, simulazioni, trionfi e sfide sulle scacchiere logore; appena le riponiamo - dopo la mia invariabile sconfitta: troppi anni di pratica mi separano anche dai più giovani avversari - la ragnatela di invidie, incitamenti, diffidenze, azzardi che si era tessuta fra le mani, le pedine e le caselle della tavola si sfalda, svanisce nell'umidità dell'aria notturna. Ripongo i dadi nella tasca della giacca - ecco una cosa che ho comprato: volevo dei dadi miei, volevo essere padrone degli strumenti di quei brevi destini, almeno - saluto tutti con un cenno e imbocco da solo la salita per la casa. Ho calcolato che - a meno di un incidente che non riesco a immaginare o di un male non curabile con la fornitissima farmacia che ho in dotazione - mi toccheranno molte migliaia di partite prima che quelli del barcone mi dicano che posso salire con loro.
Ho una vaga paura a pensare a quel giorno: l'intontimento che già mi domina dopo solo pochi anni passati qui sarà del tutto fuori posto, nel mondo. Non devo aspettarmi nessun problema di sostentamento, né fatiche sproporzionate all'età che avrò allora: la mia bella casa è lì, sigillata, ad attendermi paziente come solo sanno essere gli oggetti e i cani; il mio conto in banca si incrementa ogni anno di un qualcosa.
Ma saprò più immaginare che le strade non finiscano su un molo o su una scogliera? Che ogni volto incontrato non mi sia noto? Saprò rivolgere a qualcuno le parole che adesso scrivo, accumulando ordinatamente i fogli nel cassetto dello scrittoio?
E, soprattutto, ci sarà qualcuno disposto a credere che ho trascorso trecento dei loro anni su un'isola che non è segnata su nessuna carta?
(già apparso in Lettere dal carcere)
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