martedì, 29 aprile 2008

Loop

E’ l’ultimo giorno, fra meno di tre minuti finiscono gli otto anni dell’orbita. Per contrastare l’ansia che mi ha preso ormai da mesi, sempre più acuta, intollerabile dal risveglio di oggi, mi costringo a ripercorrere con la mente le molte fasi diverse di questa lunga pena. Il giudice che legge la sentenza, irta di numeri di articoli e commi, e della quale capisco solo le parole “otto anni”; l’iniezione che ti fanno in cella, per regalarti due giorni di sonno, durante i quali sei caricato sulla capsula, si accendono i motori, si fa il countdown, il vettore sale fino al punto stabilito e man mano le navette si staccano, prendendo ciascuna la sua orbita, corrispondente alla durata del castigo. Poi il risveglio, il panico claustrofobico di ritrovarsi fra quelle pareti di plastica bianca, il cauto aprire l’oblò, il cielo nero e la sfera azzurra che si allontana. Le settimane passate a studiare i manuali in video; è incredibile la serie di emergenze che hanno saputo immaginare: il viaggio si svolge tutto in automatico, non c’è accesso ad alcun comando, ovviamente, ma c’è da imparare a usare l’attrezzatura di bordo progettata per la sopravvivenza e da sapere cosa fare in caso di guasti o di incidenti. L’assurdo senso di benessere dopo i primi mesi, la convinzione che fra sonno più o meno naturale – c’è una scorta di droghe in un armadietto, ma bisogna amministrarsele bene, in base alla lunghezza della pena – l’osservazione dello spazio che cambia di continuo, le interminabili partite alle centinaia di videogiochi caricati nella memoria del computer di bordo, il tempo possa passare senza accorgersene. Poi l’apatia del secondo anno, quando – come avvertono i manuali – la gravità artificiale, lo scarso moto possibile solo sulla ciclette fissata ad un angolo della cabina, la depressione, il senso di colpa ti attanagliano con una miscela tremenda e ti rendono catatonico e insensibile, incapace di muoverti ma anche di dormire; te ne stai lì a guardare all’infinito il grande quadrante con le cifre luminose in rosso che segnano i giorni passati e quelli che restano. E la sorpresa che ti scuote, all’inizio del terzo anno, quando tutto cambia, quando i servizi automatici della capsula smettono di funzionare e devi faticare tutto il giorno a preparare le razioni compresse, a curare il riciclaggio dell’aria e dell’acqua, a eliminare i rifiuti, a controllare i circuiti dell’illuminazione e a oliare le cerniere dell’oblò e dei mobili retrattili, a controllare da te temperatura, pressione, emocromo, a curarti ogni più piccola infermità che potrebbe degenerare in una malattia letale.
Ma, lo dice il manuale, il terzo anno acquisisci anche il diritto alle visite. Le chiamano così, ma in realtà si tratta di brevi collegamenti, a scadenze fisse, con la sala in cui i tuoi visitatori siedono infreddoliti ed esausti per la lunghissima attesa. La trasmissione non sempre è buona, a volte il video distorce i visi, fa sembrare sorrisi le smorfie di struggimento della tua donna o dell’amico, e molte parole vanno perse, scompaiono per sempre nell’immensa distanza che vi separa. La cosa più insopportabile è il ritardo, il dovere aspettare molti secondi – e man mano che sei più lontano, fino a dei minuti – prima di vedere il viso dell’altro che si illumina o si accascia per le tue parole. Eppure, quei frammenti grotteschi di relazioni li rimpiangi, se hai una pena lunga, quando inizia il periodo del silenzio radio, quando la lontananza si fa tale da impedire il contatto. Per me sono stati due anni, più di settecento risvegli – ho seguito il manuale, non ho lasciato che si alterasse il ritmo del sonno, per evitare di essere sempre fuori tempo, una volta tornato – sapendo fin dal primo istante di veglia che né oggi, né domani sul video ci sarà una voce, una sia pure sbiadita immagine diversa da quelle beffardamente artificiali dei personaggi dei giochi. 
Negli anni del silenzio - i più duri, per il distacco completo e per la monotonia - ho avuto tutto il tempo di riflettere sull’assurdità di questo sistema. Spese colossali per disseminare nello spazio i detenuti che un tempo erano raggruppati nelle prigioni, un’infinità di complicazioni tecniche, un tasso di degrado mentale altissimo al ritorno; c’è da chiedersi se tutto ciò non bilanci e sopravanzi le ragioni della propaganda che ha condotto all’istituzione della detenzione nello spazio. Nessun pericolo di evasione, di contatti abusivi con l’esterno, di creazione di mafie interne alle prigioni, l’espulsione radicale dalla società – in senso anche fisico – dei suoi nemici. In realtà, un colossale regalo all’industria aerospaziale in crisi irreversibile, dopo la sospensione - per l’opposizione crescente alla loro manifesta inutilità – delle esplorazioni nello spazio.
Fra pochissimo, comunque, sarà finito tutto, per me. Mi aspetta un lunghissimo periodo di riabilitazione, che dovrò organizzare e pagare da solo. Sono tra i fortunati che possono permetterselo, ma l’esito non è sicuro. Certo, non sarò uno dei tanti che vagano per le strade per qualche mese, incapaci di ritrovarsi nell’atmosfera e nella compagnia degli uomini, prima di gettarsi da un ponte o di lasciarsi morire di freddo sulla panchina di un parco. Ma mi chiedo se saprò rinunciare, per una manciata di chiacchiere o di sorrisi, all’immenso cielo nero e alle stelle brillantissime che sono stati il mio orizzonte per tanto tempo. Se l’oceano avrà ancora il fascino dell’immensità che aveva prima che conoscessi le distanze incommensurabili dello spazio o se la solitudine e il silenzio delle vette più alte sarà paragonabile al freddo assoluto che percepisco al di là del vetro blindato dell’oblò.
Smetto di pensare, avvertito dal lampeggiare degli zeri sul quadrante che è stato il mio Crono personale, un dio dal movimento di una regolarità esasperante. Fra pochi istanti si accenderanno i getti che mi staccheranno dall’orbita e mi proietteranno verso la discesa; ieri mi hanno annunciato laconicamente che è già predisposto il recupero, in non so quale tratto di mare sconosciuto, nell’Oceano australe, se ho ben capito. Controllo per l’ennesima volta lo spartano equipaggiamento per l’uscita, tengo a freno il terrore che mi assale al pensiero di lasciare questo guscio e di ritrovarmi sotto il cielo, a respirare un’aria che non contiene neanche il frammento infinitesimo di ciò che io stesso ho emanato, guardo affascinato il globo azzurro e bianco che già da giorni si ingrandisce al centro dell’unica apertura della cabina.
Non accade nulla. Nessun rumore sommesso di razzi che si accendono, nessuna variazione nell’accelerazione. So bene che il tratto di perielio durante il quale è possibile il ritorno lo percorro in meno di sei minuti; li conto mentalmente, trascorrono senza il minimo evento, mentre vorticosamente i miei pensieri vanno a un chip alterato dal freddo dello spazio, a una flangia banalmente piegata dall’impatto con un microasteroide, a un condotto ostruito dalla polvere cosmica. A qualcosa, insomma, anche di infinitesimo, che ha impedito ai razzi di accendersi e che mi costringe a ripercorrere la strada interminabile di questi anni.
Non esito un attimo, non cedo un secondo allo sconforto, non indulgo a urli di disperazione. Con freddezza e decisione sigillo questa registrazione nel contenitore stagno dei viveri di riserva – vorrei che si trovasse, un giorno, come una specie di lettera - inverto il circuito del riciclaggio dell’aria e aspetto il momento brevissimo in cui il vuoto riempirà la cabina.

(già pubblicato in Lettere dal carcere)


ArimaneBis, 00:02 | link | commenti (3)
Commenti
#1    29 Aprile 2008 - 00:26
 
il vuoto che riempie...
(mi era sfuggito questo, "in carcere". a conferma di quanto le letture appartengano ad un nostro momento.)
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#2    29 Aprile 2008 - 20:30
 
sai, Arimane, a volte mi sgomenta la tua capacità di narrare il dolore con tanta inesorabilità...
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#3    30 Aprile 2008 - 10:28
 
*Majara:
Per questo, ogni tanto, vale la pena di riproporre qualcosa cui si è affezionati.
Vuoto/pieno: fa piacere che tu abbia notato un dettaglio significativo.


*Lemmaelabel:
Che sia una sorta di "esorcismo"?
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