Scaffali
La terza volta che mi accadde di comprare un certo libro – magari cercandolo ostinatamente nelle librerie più fuori mano – per poi ritrovarne sugli scaffali di casa un'altra copia dimenticata, constatai che era davvero tempo di mettere ordine nella mia biblioteca. Decisi di approfittare di un fine settimana che si annunciava di tempo incerto, il venerdì sera puntai la sveglia come se l'indomani fosse un normale giorno di lavoro e al mattino dopo, piuttosto per tempo, mi trovai – vecchi abiti comodi, adatti a un lavoro faticoso e non troppo pulito, e un po' di trepidazione addosso - davanti agli scaffali più disordinati di una delle molte librerie che decoravano – ingombravano, diceva qualcuno – il mio grande appartamento.
Sapete di cosa si tratta: non di riempire eventuali vuoti con i libri ammucchiati su tavoli, mensole, sedie, ovunque ci sia spazio, né semplicemente di trovare un posto a quelli disposti provvisoriamente in seconda fila. Quando il disordine e la quantità dei nuovi acquisti e dei doni raggiunge una certa massa critica, metterli a posto – cioè, va ricordato, assegnargli una collocazione che consenta di ritrovarli – vuol dire tirare giù praticamente tutto, ripensare le sezioni e le collane, tenendo conto del loro accrescimento, del proliferare di un argomento o di un genere più specifico al loro interno, divenuto ormai meritevole di uno spazio proprio; e il tutto in relazione con gli spazi e le disposizioni degli scaffali (chi spezzerebbe fra due mobili una sezione omogenea di saggi fatta crescere nel tempo, con oculatezza? Chi rinuncerebbe ad avere accanto al tavolo di lavoro, raggiungibili semplicemente allungando una mano, senza distrarsi con il gesto dell'alzarsi e del raggiungere la parte di fronte, dizionari e opere di consultazione continua?)
Dopo il primo giorno di lavoro quasi ininterrotto – pause solo per sostentarmi e per lavare frequentemente dalle mani la polvere dei volumi da tempo immobili – un soddisfatto senso di stanchezza generava dalle molte pile ordinate ai piedi di ogni scaffalatura e dall'avere riportato alla luce tutte le file di libri che man mano erano state occultate da pile orizzontali di grossi tomi, da altre file di smilzi saggi di attualità, da mucchietti pericolanti di opuscoli eruditi.
Fu il secondo giorno, iniziato con l'ottimismo di chi sente vicino il proprio obiettivo, che cambiò tutto. Spostando l'intera fila dei libri di uno scaffale, invece del muro – non ho mai amato le librerie chiuse sul fondo, mi sembrano ingenerose prigioni o anonime scatole - mi trovai davanti i dorsi di qualche decina di volumi perfettamente allineati. Sarebbe stata un sorpresa ambivalente – un lavoro aggiuntivo imprevisto, ma anche l'orgoglio di una biblioteca ancora più consistente di quanto pensassi – se non avessi immediatamente osservato che si trattava di libri che ignoravo di avere.
Sorpreso e preoccupato – possibile che la smemoratezza fosse arrivata a questo punto? – ne ho esaminato qualcuno: si trattava di cose di qualità e di sicuro interesse; alcuni autori mi erano noti, altri del tutto sconosciuti; gli argomenti erano a volte astrusi e specialistici, ma gravitavano attorno alle mie conoscenze. A sconvolgermi del tutto, però, fu ciò che notai estraendo il secondo dei volumi che intendevo osservare da vicino: sul fondo dello spazio buio rimasto nella fila non vedevo ancora la parete, ma un altro dorso rilegato.
Ho tirato giù ormai quasi tutti i libri dagli scaffali, senza ordine, senza più nemmeno guardarli: davanti a me la libreria è ancora piena. Esito a estrarne altri dalle file appena scoperte: sono sicuro di trovare un altro compatto muro di dorsi. E infatti, superato l'indugio e svuotato uno degli scaffali, mi si rivelano ancora dei libri allineati. Li ispeziono rapidamente, ne apro qualcuno, leggendo titoli e indici. Ci sono libri desiderati e mai avuti, libri che pensavo sarebbe stato necessario fossero scritti, libri che avrei voluto essere capace di scrivere. Alcuni antologizzano brani di opere che amo, altri sviluppano idee o immagini che mi avevano colpito nelle infinite letture. Altri ancora raccontano di persone care o di me stesso. Calcolo frettolosamente che – ammesso che ciascuna fila ne nasconda solo altre due o tre – ci vorranno decine e decine d'anni di lettura, per consumare tutti i libri che ho scoperto oggi.
Ho annullato tutti gli impegni di lavoro, delegando le mie molte incombenze ai collaboratori; ho fatto riserve di cibo e di altri generi e ho staccato i telefoni; ho mandato via, appena arrivata, la persona che aspettavo con ansia per questa settimana - lei è rimasta sgomenta di fronte al mio repentino cambiamento d'umore e di intenzioni -, ho cancellato il viaggio previsto per il mese prossimo. Lavata via la polvere raccolta strisciando nei cunicoli infiniti fra gli scaffali, facendomi strada fra strati e strati di libri, mi accingo a immergermi nella biblioteca che non ero consapevole di possedere.
La terza volta che mi accadde di comprare un certo libro – magari cercandolo ostinatamente nelle librerie più fuori mano – per poi ritrovarne sugli scaffali di casa un'altra copia dimenticata, constatai che era davvero tempo di mettere ordine nella mia biblioteca. Decisi di approfittare di un fine settimana che si annunciava di tempo incerto, il venerdì sera puntai la sveglia come se l'indomani fosse un normale giorno di lavoro e al mattino dopo, piuttosto per tempo, mi trovai – vecchi abiti comodi, adatti a un lavoro faticoso e non troppo pulito, e un po' di trepidazione addosso - davanti agli scaffali più disordinati di una delle molte librerie che decoravano – ingombravano, diceva qualcuno – il mio grande appartamento.
Sapete di cosa si tratta: non di riempire eventuali vuoti con i libri ammucchiati su tavoli, mensole, sedie, ovunque ci sia spazio, né semplicemente di trovare un posto a quelli disposti provvisoriamente in seconda fila. Quando il disordine e la quantità dei nuovi acquisti e dei doni raggiunge una certa massa critica, metterli a posto – cioè, va ricordato, assegnargli una collocazione che consenta di ritrovarli – vuol dire tirare giù praticamente tutto, ripensare le sezioni e le collane, tenendo conto del loro accrescimento, del proliferare di un argomento o di un genere più specifico al loro interno, divenuto ormai meritevole di uno spazio proprio; e il tutto in relazione con gli spazi e le disposizioni degli scaffali (chi spezzerebbe fra due mobili una sezione omogenea di saggi fatta crescere nel tempo, con oculatezza? Chi rinuncerebbe ad avere accanto al tavolo di lavoro, raggiungibili semplicemente allungando una mano, senza distrarsi con il gesto dell'alzarsi e del raggiungere la parte di fronte, dizionari e opere di consultazione continua?)
Dopo il primo giorno di lavoro quasi ininterrotto – pause solo per sostentarmi e per lavare frequentemente dalle mani la polvere dei volumi da tempo immobili – un soddisfatto senso di stanchezza generava dalle molte pile ordinate ai piedi di ogni scaffalatura e dall'avere riportato alla luce tutte le file di libri che man mano erano state occultate da pile orizzontali di grossi tomi, da altre file di smilzi saggi di attualità, da mucchietti pericolanti di opuscoli eruditi.
Fu il secondo giorno, iniziato con l'ottimismo di chi sente vicino il proprio obiettivo, che cambiò tutto. Spostando l'intera fila dei libri di uno scaffale, invece del muro – non ho mai amato le librerie chiuse sul fondo, mi sembrano ingenerose prigioni o anonime scatole - mi trovai davanti i dorsi di qualche decina di volumi perfettamente allineati. Sarebbe stata un sorpresa ambivalente – un lavoro aggiuntivo imprevisto, ma anche l'orgoglio di una biblioteca ancora più consistente di quanto pensassi – se non avessi immediatamente osservato che si trattava di libri che ignoravo di avere.
Sorpreso e preoccupato – possibile che la smemoratezza fosse arrivata a questo punto? – ne ho esaminato qualcuno: si trattava di cose di qualità e di sicuro interesse; alcuni autori mi erano noti, altri del tutto sconosciuti; gli argomenti erano a volte astrusi e specialistici, ma gravitavano attorno alle mie conoscenze. A sconvolgermi del tutto, però, fu ciò che notai estraendo il secondo dei volumi che intendevo osservare da vicino: sul fondo dello spazio buio rimasto nella fila non vedevo ancora la parete, ma un altro dorso rilegato.
Ho tirato giù ormai quasi tutti i libri dagli scaffali, senza ordine, senza più nemmeno guardarli: davanti a me la libreria è ancora piena. Esito a estrarne altri dalle file appena scoperte: sono sicuro di trovare un altro compatto muro di dorsi. E infatti, superato l'indugio e svuotato uno degli scaffali, mi si rivelano ancora dei libri allineati. Li ispeziono rapidamente, ne apro qualcuno, leggendo titoli e indici. Ci sono libri desiderati e mai avuti, libri che pensavo sarebbe stato necessario fossero scritti, libri che avrei voluto essere capace di scrivere. Alcuni antologizzano brani di opere che amo, altri sviluppano idee o immagini che mi avevano colpito nelle infinite letture. Altri ancora raccontano di persone care o di me stesso. Calcolo frettolosamente che – ammesso che ciascuna fila ne nasconda solo altre due o tre – ci vorranno decine e decine d'anni di lettura, per consumare tutti i libri che ho scoperto oggi.
Ho annullato tutti gli impegni di lavoro, delegando le mie molte incombenze ai collaboratori; ho fatto riserve di cibo e di altri generi e ho staccato i telefoni; ho mandato via, appena arrivata, la persona che aspettavo con ansia per questa settimana - lei è rimasta sgomenta di fronte al mio repentino cambiamento d'umore e di intenzioni -, ho cancellato il viaggio previsto per il mese prossimo. Lavata via la polvere raccolta strisciando nei cunicoli infiniti fra gli scaffali, facendomi strada fra strati e strati di libri, mi accingo a immergermi nella biblioteca che non ero consapevole di possedere.
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