sabato, 03 maggio 2008

Indirizzo sconosciuto

Sì, mi hai detto, non ho più intenzione di sopportare scenate. Ma allora vuoi andartene, ti ho chiesto io, e tu non hai risposto, ma nel tuo sguardo c’era un altro sì. E’ stato di sera; da allora abbiamo dormito insieme, fatto colazione, ci siamo salutati per andare al lavoro, come ogni giorno. Al telefono eri normalissima: è venuto un nuovo cliente, porto la macchina alla revisione, sono passata in libreria. Quando sei uscita dall’ufficio andavi di fretta, il cellulare in mano; anche se ero lontano, dietro quelle siepi alte - sai quelle del giardino di lato al palazzo? - ti ho visto chiamare qualcuno. Non me, il telefono non squillava. Poi sorridevi, parlando e camminando veloce. Cosa dicevi? Ho pensato: va bene fra dieci minuti, sono appena uscita; no, non credo abbia elementi, le scenate le ha sempre fatte, indipendentemente dai sospetti; d’accordo, a fra poco. Mi sembrava di potertele leggere sulle labbra, queste parole. Sorridevi di nuovo quando sei entrata nel portone (e io ti seguivo dentro). Di scherno, di contentezza? Adesso non posso più saperlo. E tu, questa lettera - che mi riscrivo ogni giorno, da quel giorno - non puoi più leggerla. 

(già pubblicato in Lettere dal carcere)

 

ArimaneBis, 12:54 | link | commenti
Commenti