Rivelazione
Sono passati più di quarantasei anni, col tempo di qui. Gli ultimi tre li ho impiegati per capire che sono un prigioniero. Prima, da sempre, erano stati dolori sordi o acuti, inspiegabili inquietudini, lampi di sofferenza, a spingermi a indagare. Non ne sono venuto a capo finché, frammento dopo frammento, non ho ricostruito la storia che mi ha portato qui; il delittto, il processo, la condanna, il viaggio. Ne avevo sentito qualcosa, ovviamente, ma non potevo immaginare la luce abbagliante, il freddo, la fame, il tepore che ritempra, il ristoro faticoso del sonno. Non potevo sapere cosa fosse un corpo, quanto potesse deviarmi, costringermi, farsi ascoltare.
Una pena crudele, hanno inventato, soprattutto per l'incertezza totale sulla sua conclusione. Certo, potrei accelerarla, o addirittura provocarla subito, questa fine. Ma, ancora, dal corpo di umano che sono costretto ad abitare genera una catena invisibile che mi tiene attaccato a questa penosa successione di giorni.
E questo sapere, adesso, che di pena si tratta, questo ricordare cosa e dove ero prima, è probabilmente una dolorosa punizione accessoria inflittami per l'efferatezza della mia colpa.
Guardo gli altri: non so se sono manichini animati messi ad abitare e rendere complicato questo mondo prigione, o se infelicemente stanno scontando anche loro una pena. Non lo chiederò a nessuno, come nessuno mi chiede. Meglio che non sappiano cosa stanno a fare qui, piuttosto che arrivare, come ho fatto io, alla verità straziante della nostra condanna. A volte sorprendo qualcuno che guarda in alto, di notte, illudendosi forse di poter vedere il nostro mondo di lampi elettrici e di nuvole immateriali. Mi avvicino ma non sento nulla; non mi meraviglia, però: imbozzolati in queste cellule non ci potremmo mai sentire.
Così, scrivo queste righe; non so a chi spedirle, né come. Le abbandono in giro, chissà che non possano essere lette da chi, senza dirlo, può capire; e forse perfino trarne un qualche sollievo.
(già pubblicato in Lettere dal carcere)
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