Identità
Ho aperto gli occhi lì, sul furgone, poco prima che si fermasse. Poi mi hanno buttato fuori dal portellone, che si è richiuso sferragliando, quando già il furgone era ripartito. Di ciò che c'era prima – se c'era qualcosa – non so nulla, anche se so che quello era un furgone, che le cose che ho addosso si chiamano vestiti, che quelle che guardo adesso sono le mani.
Le mani. Mi serrano il viso, probabilmente non voglio vedere cosa ho attorno. Eppure sbircio fra le dita, e colgo frammenti di palazzi alti, di strade non troppo curate. In uno di questi frammenti ci sono degli scarponi neri che avanzano con ritmo regolare verso di me. Mi colpisce qualcosa, sulla spalla, forte. Il dolore fa da anestetico allo sgomento, le mani lasciano il viso, diventano pugni, affronto l'uomo in nero. Devo essere alto e forte, perché quando lo colpisco lo vedo vacillare e cadere. Gli sono addosso, gli blocco le braccia. Vedo che in una mano ha un rasoio, colpisco terra con la sua mano armata, due volte. Alla seconda la mano si apre. Il rasoio è nella mia, adesso, e non esito un istante. Ho la camicia coperta di sangue: gli sfilo la giacca di pelle nera e la indosso. Nelle tasche, mentre mi allontano, trovo un mazzo di chiavi e un portafoglio. Arrivo all'indirizzo scritto sul documento, apro ed entro. Non faccio in tempo a distendermi sul divano che entra lei. Guardo il suo sguardo interrogativo; le dico: sono io Pietro, adesso. Resto.
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