Teatro
La scena è più che essenziale, è spoglia, uniforme. Potrebbe essere uno scaffale vuoto, lasciato dai libri che lo occupavano, stanchi di parlare a chi è distratto o si ostina a non sentire.
Pochi oggetti, stilizzati, attorno a personaggi anonimi. Anche gli attori sono anonimi, rigidi, levigati, nei costumi e nei tratti dalla consistenza pesante e artificiale dei robot o dei clown.
E scarne sono le parole, poche le battute. Nessuna pretesa di fare della bella lingua. Se ne sarebbe capaci, qui; ma che vale dedicare la bella lingua a scabrosità e piccole miserie?
Sorrisi amari, nel pubblico. Ma pur sempre sorrisi.
Ecco, la breve recita è finita; un pezzo di mondo – del grande, del piccolo - è stato smascherato, messo in mora. Gli attori vanno via, con l'andatura meccanica che i costumi suggerivano. Applausi. Nessuno ritorna a inchinarsi e ringraziare.
Non c'è sipario; resta uno spazio vuoto. Si rimane a fissarlo, a riempirlo con dei ricordi.
(per Maria Strofa, in memoriam)
![blognuvolebanner[1]](http://farm4.static.flickr.com/3021/2774575296_e5f3e778be_t.jpg)





