Ossimoro
In genere non leggo le istruzioni dei congegni di cui da anni – come tutti – mi riempio la casa. Sono ridondanti, banali, spesso incomprensibili, mal scritte o mal tradotte. Stavolta, però, lo strumento è così particolare che voglio assicurarmi di non sbagliare nell'usarlo la prima volta, preso dall'entusiasmo per ciò che promette. La prima pagina - il libretto è smilzo, ma stampato in corpo piccolo e fittissimo - descrive nei dettagli il Dimenticatoio, con uno schema del fronte e del retro, e i consueti numeretti a identificare i comandi. Ho fra le mani un oggetto fino a ora immaginario, ma del quale si è sempre parlato come se esistesse veramente. E' molto semplice, apparentemente – una grande scatola di metallo verniciata di un grigio sbiadito, con una sola apertura, qualche pulsante e un cursore –, le funzioni che garantisce, però, sono molteplici. Oltre a quella ovvia di conservare qualcosa senza che il suo ricordo infastidisca la memoria, può eliminare per sempre le immagini dell'evento o della persona voluta, liberarcene inviandole via mail a qualcuno – occorre una connessione alla Rete –, comprimerle per far spazio ad altri elementi ed esperienze da ignorare, distinguere in diverse categorie i ricordi sgraditi, quelli imbarazzanti, quelli insignificanti, attribuire a ciascuno un codice identificativo criptato, che si può anche inserire in un elenco da stampare o trasferire sul proprio computer. Andando avanti nel leggere le procedure, mi sorprende sempre di più la varietà dei trattamenti previsti per dei pezzi di memoria che ci si sarebbe aspettato fossero solo da precipitare nell'oblio; comincio anche a chiedermi se tutto ciò non sia in un certo senso contraddittorio rispetto al nome dello strumento che ho fra le mani. Ma è leggendo l'ultima pagina che rimango del tutto sconcertato: con una certa combinazione di pulsanti si può far sì che il lampeggiare insistente di un led rosso sul fianco della scatola rammenti che qualcosa vi è stata conservata di recente.
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