Primo giorno
E' inevitabile, il panico, non appena rimasto solo nella sala immensa, ornata e sfinestrata, a guardare il corpo liquido che adesso dovrò governare. Solo, nonostante la presenza delle macchine colossali e immobili, che - anche se diffidenti del nuovo operatore - sembrano aspettare di tornare in vita al semplice tocco delle mie dita sui comandi. Il collega anziano mi ha lasciato in breve, dopo i saluti e le rapidissime spiegazioni. Tanto sai già tutto, hai visto i disegni e i manuali - mi ha detto – e poi è semplice, si tratta di far respirare il fiume, di dargli sollievo quando si gonfia troppo a monte, di togliergli quel di più d'acqua che per lui è malattia e per noi benedizione.
La rassicurazione, per quanto generosa, non mi serve a nulla: perfino l'estrema pulizia del pavimento mi intimidisce e mi preoccupa, quasi che non si tratti di un impianto vitale ma di un museo, e le grandi pompe non lascino andare una goccia d'olio, né emettano un minimo ronzìo non perché ferme e in attesa, ma perché morte, imbalsamate nel loro stesso acciaio.
Il metallo nero delle coperture lo vedo come un guscio lucido messo a proteggere dei segreti di cui resto all'oscuro, nonostante gli studi e l'addestramento che mi hanno impartito. So che da loro, dalle macchine, dipende l'equilibrio di cui sono ora responsabile, l'omeostasi che devo garantire alla terra che mi circonda, il bilanciamento fra le incommensurabili masse d'acqua davanti e dietro di me. Ma non sono più sicuro di sapere tutto ciò che dovremo fare, anche se considero da subito l'edificio e le macchine come un pezzo di me stesso, una mia estensione.
Mi siedo al tavolo dei comandi; è ornato, in stile con il resto, ma al tempo stesso semplice, essenziale. Sul piano di metallo, poche pulsantiere, luci di avvertimento e di controllo; sembra impossibile che dalla grazia di questo elegante piano di lavoro sorretto da ferri ritorti possa generare la potenza e il frastuono che mi hanno descritto, il rumore di cascata, di alluvione controllata che non vedo l'ora di scatenare. Romperà finalmente il silenzio che adesso mi opprime, scendendo lungo le capriate e i tubi, scivolando sui disegni del pavimento a mattonelle, imprigionando gli ornamenti a bassorilievo dei muri bianchissimi.
Attendo. Questo sarà il mio lavoro.
E' inevitabile, il panico, non appena rimasto solo nella sala immensa, ornata e sfinestrata, a guardare il corpo liquido che adesso dovrò governare. Solo, nonostante la presenza delle macchine colossali e immobili, che - anche se diffidenti del nuovo operatore - sembrano aspettare di tornare in vita al semplice tocco delle mie dita sui comandi. Il collega anziano mi ha lasciato in breve, dopo i saluti e le rapidissime spiegazioni. Tanto sai già tutto, hai visto i disegni e i manuali - mi ha detto – e poi è semplice, si tratta di far respirare il fiume, di dargli sollievo quando si gonfia troppo a monte, di togliergli quel di più d'acqua che per lui è malattia e per noi benedizione.
La rassicurazione, per quanto generosa, non mi serve a nulla: perfino l'estrema pulizia del pavimento mi intimidisce e mi preoccupa, quasi che non si tratti di un impianto vitale ma di un museo, e le grandi pompe non lascino andare una goccia d'olio, né emettano un minimo ronzìo non perché ferme e in attesa, ma perché morte, imbalsamate nel loro stesso acciaio.
Il metallo nero delle coperture lo vedo come un guscio lucido messo a proteggere dei segreti di cui resto all'oscuro, nonostante gli studi e l'addestramento che mi hanno impartito. So che da loro, dalle macchine, dipende l'equilibrio di cui sono ora responsabile, l'omeostasi che devo garantire alla terra che mi circonda, il bilanciamento fra le incommensurabili masse d'acqua davanti e dietro di me. Ma non sono più sicuro di sapere tutto ciò che dovremo fare, anche se considero da subito l'edificio e le macchine come un pezzo di me stesso, una mia estensione.
Mi siedo al tavolo dei comandi; è ornato, in stile con il resto, ma al tempo stesso semplice, essenziale. Sul piano di metallo, poche pulsantiere, luci di avvertimento e di controllo; sembra impossibile che dalla grazia di questo elegante piano di lavoro sorretto da ferri ritorti possa generare la potenza e il frastuono che mi hanno descritto, il rumore di cascata, di alluvione controllata che non vedo l'ora di scatenare. Romperà finalmente il silenzio che adesso mi opprime, scendendo lungo le capriate e i tubi, scivolando sui disegni del pavimento a mattonelle, imprigionando gli ornamenti a bassorilievo dei muri bianchissimi.
Attendo. Questo sarà il mio lavoro.
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