Convenzioni
Le luci si spengono a blocchi, fino a lasciare fuori dall'ombra la sola pedana, alla quale finalmente mi dirigo. Il buio sul pubblico spegne anche il brusio. Nell'ultimo istante in cui posso vederlo, prima che sia coperto dalla maschera, il viso del mio avversario dice - come il mio - coraggio teso e determinazione; ma qualcosa di indefinibile - una piega della bocca, un aggrottamento delle ciglia, forse - parla anche d'altro, di un sentimento primordiale, impossibile da esprimere con le parole dell'oggi. E' quel tratto, quel gesto, che mi occupa la mente mentre aspettiamo il segnale di inizio, non c'è - come sempre, come dovrebbe esserci - lo svuotamento dai pensieri, il cedere all'istinto il controllo dei muscoli.
I primi saggi d'attacco, miei e suoi, vanno a vuoto: siamo entrambi esperti e veloci; lo constatiamo, restiamo guardinghi. Sono io a iniziare davvero: finto, mi scopro quando ancora sono fuori misura, a dargli l'illusione di potermi arrestare, poi impegno il ferro, di prima – inusualmente – e raggiungo il bersaglio. Sono in vantaggio: la frase mi balena nella mente e serve a caricarmi, a sciogliere la tensione dell'inizio.
Alla ripresa, dopo altre piccole schermaglie, riprovo lo stesso colpo: so bene che dalla mancata comprensione di come si è presa la stoccata può derivare il disastro, si possono subire punti fino a rendere impossibile la rimonta. Nulla da fare, però: ha capito e para; rischio addirittura la sua risposta; perdo metri di pedana, per evitarla. Lo vedo incalzare, stringo la misura per liberarmi, attacco a mia volta; sento la lama che incontra la parata. La risposta arriva dove non è valido, ma fa imprevedibilmente male. Ci rimettono in guardia, intravvedo il mio braccio e chiedo una pausa. Guardo meglio: dove duole, un'impercettibile macchia rossa deturpa il bianco della divisa. Per non spezzare la tensione, che sento mi avvantaggia, lascio correre. Vado di nuovo all'attacco, irruento, appena ci è consentito di ripartire. L'altro para debolmente, risponde, tocca, ma il punto è mio. La carica del vantaggio mi fa ignorare ciò che vedo e che non è possibile sia vero: una chiazza rossa si allarga sul fianco raggiunto dalla punta nemica.
E' quando, affondando, una fitta frena lo slancio che chiedo ancora un'interruzione. Lascio l'arma, tocco il fianco: il guanto si colora di scarlatto. Stordito e incredulo, alzo la mano per mostrare il sangue al giudice. Ma quello mi ignora, ci rimette in guardia, dà il segnale di ripresa. Non ho il tempo di protestare: l'altro mi è addosso con finte e cavazioni, evita il mio ferro esitante, colpisce dall'alto, sotto la clavicola, affondando. Una seconda chiazza rossa si allarga all'istante sul torace, la vedo anche senza fermarmi a osservare. Agito disperatamente la mano verso il giudice, indico il petto macchiato. Ma devo tornare in guardia, a contenere un ulteriore attacco. Paro, rispondo, incontro a mia volta il ferro; l'istinto mi fa sapere che la controrisposta sta per arrivare, mi proteggo, la lama scivola sul corpetto, lo squarcia, ma non si accende nessuna luce. Tento ancora di chiedere la pausa, di mostrare quel che sta accadendo, ma è ancora inutile: mi volgo anche verso mio team, che mi soccorrano, che chiedano il rispetto delle regole; ma vedo solo delle espressioni immobili, tese. Sento i comandi del giudice, eseguo: siamo di nuovo nell'assalto. Il terzo colpo – che argino a fatica - arriva di striscio sulla gamba: niente punto, per l'avversario, ma per me è una lunga linea rossa che segna la coscia. Nei pochi secondi in cui il giudice ci fa riprendere le posizioni rifletto e capisco che non servirà chiedere nulla, a nessuno. La mia sorte è nella mano che stringe l'arma, nelle gambe che rubano metri di pedana, nello sguardo che vigila sui movimenti della punta dell'altro. Mi alleno da una vita intera, per vincere, per non farmi sconfiggere: adesso è il momento.
Le luci si spengono a blocchi, fino a lasciare fuori dall'ombra la sola pedana, alla quale finalmente mi dirigo. Il buio sul pubblico spegne anche il brusio. Nell'ultimo istante in cui posso vederlo, prima che sia coperto dalla maschera, il viso del mio avversario dice - come il mio - coraggio teso e determinazione; ma qualcosa di indefinibile - una piega della bocca, un aggrottamento delle ciglia, forse - parla anche d'altro, di un sentimento primordiale, impossibile da esprimere con le parole dell'oggi. E' quel tratto, quel gesto, che mi occupa la mente mentre aspettiamo il segnale di inizio, non c'è - come sempre, come dovrebbe esserci - lo svuotamento dai pensieri, il cedere all'istinto il controllo dei muscoli.
I primi saggi d'attacco, miei e suoi, vanno a vuoto: siamo entrambi esperti e veloci; lo constatiamo, restiamo guardinghi. Sono io a iniziare davvero: finto, mi scopro quando ancora sono fuori misura, a dargli l'illusione di potermi arrestare, poi impegno il ferro, di prima – inusualmente – e raggiungo il bersaglio. Sono in vantaggio: la frase mi balena nella mente e serve a caricarmi, a sciogliere la tensione dell'inizio.
Alla ripresa, dopo altre piccole schermaglie, riprovo lo stesso colpo: so bene che dalla mancata comprensione di come si è presa la stoccata può derivare il disastro, si possono subire punti fino a rendere impossibile la rimonta. Nulla da fare, però: ha capito e para; rischio addirittura la sua risposta; perdo metri di pedana, per evitarla. Lo vedo incalzare, stringo la misura per liberarmi, attacco a mia volta; sento la lama che incontra la parata. La risposta arriva dove non è valido, ma fa imprevedibilmente male. Ci rimettono in guardia, intravvedo il mio braccio e chiedo una pausa. Guardo meglio: dove duole, un'impercettibile macchia rossa deturpa il bianco della divisa. Per non spezzare la tensione, che sento mi avvantaggia, lascio correre. Vado di nuovo all'attacco, irruento, appena ci è consentito di ripartire. L'altro para debolmente, risponde, tocca, ma il punto è mio. La carica del vantaggio mi fa ignorare ciò che vedo e che non è possibile sia vero: una chiazza rossa si allarga sul fianco raggiunto dalla punta nemica.
E' quando, affondando, una fitta frena lo slancio che chiedo ancora un'interruzione. Lascio l'arma, tocco il fianco: il guanto si colora di scarlatto. Stordito e incredulo, alzo la mano per mostrare il sangue al giudice. Ma quello mi ignora, ci rimette in guardia, dà il segnale di ripresa. Non ho il tempo di protestare: l'altro mi è addosso con finte e cavazioni, evita il mio ferro esitante, colpisce dall'alto, sotto la clavicola, affondando. Una seconda chiazza rossa si allarga all'istante sul torace, la vedo anche senza fermarmi a osservare. Agito disperatamente la mano verso il giudice, indico il petto macchiato. Ma devo tornare in guardia, a contenere un ulteriore attacco. Paro, rispondo, incontro a mia volta il ferro; l'istinto mi fa sapere che la controrisposta sta per arrivare, mi proteggo, la lama scivola sul corpetto, lo squarcia, ma non si accende nessuna luce. Tento ancora di chiedere la pausa, di mostrare quel che sta accadendo, ma è ancora inutile: mi volgo anche verso mio team, che mi soccorrano, che chiedano il rispetto delle regole; ma vedo solo delle espressioni immobili, tese. Sento i comandi del giudice, eseguo: siamo di nuovo nell'assalto. Il terzo colpo – che argino a fatica - arriva di striscio sulla gamba: niente punto, per l'avversario, ma per me è una lunga linea rossa che segna la coscia. Nei pochi secondi in cui il giudice ci fa riprendere le posizioni rifletto e capisco che non servirà chiedere nulla, a nessuno. La mia sorte è nella mano che stringe l'arma, nelle gambe che rubano metri di pedana, nello sguardo che vigila sui movimenti della punta dell'altro. Mi alleno da una vita intera, per vincere, per non farmi sconfiggere: adesso è il momento.
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