Vicario
Li chiamo ganci, quando spiego come funziona, come se fossero gli attacchi di fili invisibili che fanno muovere il mio corpo, ma in realtà si tratta di piccoli sensori che mi collegano alla centralina di comando. Sono ben dissimulati dai vestiti, dalle calze, dai polsini che tengo sempre ben abbottonati e stretti; quello sulla nuca si nasconde fra i capelli, che ho folti e tengo lunghi, per vanità e per questo scopo preciso. Quando mi presento e propongo i miei servizi, e soprattutto quando firmiamo il contratto, chiarisco che, una volta collegato, la mia volontà non può interferire minimamente in ciò che mi sarà ordinato di fare: ogni singolo muscolo del mio corpo obbedirà ai comandi che gli saranno inviati. Ma ripeto pure molte volte la clausola fondamentale: nessun delitto, niente illeciti; un complesso programma che gira nell'unità di controllo esamina nei dettagli ogni azione e le sue conseguenze e inibisce la trasmissione di ordini eventualmente contrari alla legge. Per il resto, divento per il mio cliente quello che sta scritto sul mio biglietto, quello professionale, una Marionetta. Spesso mi sono chiesto perché tanti non facciano da sé le azioni che mi vedo compiere quando mi controllano e posso solamente osservare i miei arti che rispondono a impulsi estranei o ascoltare la mia voce che si attiva secondo quanto il cliente va digitando sulla tastiera. Si tratta quasi sempre di cose che chiunque potrebbe fare senza bisogno del mio costoso servizio; ma forse la timidezza, la stanchezza, la pigrizia, o qualcosa di inconfessabile spinge tanta gente a ingaggiarmi, a farsi sostituire. Il sospetto - che alla fine, lo so già adesso, mi porterà a ritirarmi, a far disinstallare i sensori e a gettare via la centralina - è che tutto dipenda dal malsano piacere di controllare completamente qualcun altro, di manipolare i suoi passi e i suoi gesti, di usarlo come un golem asservito.
Li chiamo ganci, quando spiego come funziona, come se fossero gli attacchi di fili invisibili che fanno muovere il mio corpo, ma in realtà si tratta di piccoli sensori che mi collegano alla centralina di comando. Sono ben dissimulati dai vestiti, dalle calze, dai polsini che tengo sempre ben abbottonati e stretti; quello sulla nuca si nasconde fra i capelli, che ho folti e tengo lunghi, per vanità e per questo scopo preciso. Quando mi presento e propongo i miei servizi, e soprattutto quando firmiamo il contratto, chiarisco che, una volta collegato, la mia volontà non può interferire minimamente in ciò che mi sarà ordinato di fare: ogni singolo muscolo del mio corpo obbedirà ai comandi che gli saranno inviati. Ma ripeto pure molte volte la clausola fondamentale: nessun delitto, niente illeciti; un complesso programma che gira nell'unità di controllo esamina nei dettagli ogni azione e le sue conseguenze e inibisce la trasmissione di ordini eventualmente contrari alla legge. Per il resto, divento per il mio cliente quello che sta scritto sul mio biglietto, quello professionale, una Marionetta. Spesso mi sono chiesto perché tanti non facciano da sé le azioni che mi vedo compiere quando mi controllano e posso solamente osservare i miei arti che rispondono a impulsi estranei o ascoltare la mia voce che si attiva secondo quanto il cliente va digitando sulla tastiera. Si tratta quasi sempre di cose che chiunque potrebbe fare senza bisogno del mio costoso servizio; ma forse la timidezza, la stanchezza, la pigrizia, o qualcosa di inconfessabile spinge tanta gente a ingaggiarmi, a farsi sostituire. Il sospetto - che alla fine, lo so già adesso, mi porterà a ritirarmi, a far disinstallare i sensori e a gettare via la centralina - è che tutto dipenda dal malsano piacere di controllare completamente qualcun altro, di manipolare i suoi passi e i suoi gesti, di usarlo come un golem asservito.
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