Turni
Fu come se le risorse del mondo fossero raddoppiate. L'accurata selezione dei due turni fece sì che i disagi per la perdita dei familiari o dei colleghi e degli amici che avrebbero vissuto in settimane diverse, senza mai più incontrarsi, fosse ridotta al minimo, garantendo gli affetti e il buon funzionamento dell'economia. Si disse che non di ultimo saluto si trattava, come fosse un funerale, per chi si divideva in turni diversi, ma di un addio simile a quello dei migranti che lasciavano qualcuno per andare lontano per sempre: avrebbero potuto scrivere o lasciare video registrati e mantenere contatti a distanza, sia pure in differita di sette giorni. Fu necessario, tuttavia, che a un'intera generazione si sostituisse la successiva per stabilizzare l'alternanza nel mondo senza ledere relazioni di ogni tipo.
(...) L'approntamento degli sterminati dormitori sotterranei - fu scrupolosamente vietato ogni riferimento alle tombe e ai cimiteri - comportò spese colossali e lavori interminabili, l'organizzazione di una burocrazia capillare che gestisse il tutto richiese sforzi immani, ma alla fine la cerimonia dell'addormentamento del primo scaglione settimanale - che fu tratto a sorte - non vide intoppi, né proteste. Salutati i primi dormienti, coloro che rimasero si trovarono a vivere in case comode, a disporre di comunicazioni spedite, di cibo abbondante e di enormi risorse. Comprensibilmente, seri disordini si verificarono al momento di lasciare per la settimana successiva un tale paradiso ai dormienti in procinto di tornare alla vita. Il servizio di sicurezza fu impeccabile nel reprimere i moti con severità ma senza un numero eccessivo di vittime, così come nel dare la caccia con successo ai disertori e ai renitenti che non si erano presentati ai centri di raccolta per il cambio del turno, prendendo la via delle montagne o nascondendosi in fognature e cantine. A giocare a favore della convinzione più che della costrizione fu l'abilità dei funzionari, che argomentarono inoppugnabilmente anche con i più restii l'assenza di qualsiasi vantaggio nel rimanere in un mondo in cui per loro non c'era alcun posto.
Stabilizzatasi l'abitudine all'alternanza, verificato che una sorta di patto d'onore metteva al sicuro da qualsiasi ingiustizia o disparità fra appartenenti a turni diversi, gli unici incidenti - di scarso rilievo, peraltro - riguardarono proteste per le cattive condizioni in cui alcune abitazioni venivano lasciate a fine turno, la scomparsa di oggetti cari, qualche usurpazione difficile da dirimere. Il mondo – anzi, i due mondi che si vennero tendenzialmente a creare, ciascuno con i propri progetti e i propri obiettivi - si organizzò rapidamente su un ritmo spezzato, che prevedeva non solo interruzioni notturne, ma le settimane alterne di letargo della metà degli uomini.
Per gestire la complessa operazione del ricambio settimanale fu escogitato un sistema semplicissimo: funzionari e addetti all'organizzazione e alla sicurezza si alternavano a turni sfasati rispetto al resto della popolazione. Ciò si rivelò subito il punto debole dell'intera architettura del programma: se l'intenzione era di avviare una progressiva e indolore separazione dei due mondi, la permanenza di un certo numero di uomini e donne a cavallo dei due turni impedì che si procedesse agevolmente in questa direzione. Benché tenuti a una disciplina rigidissima nell'eseguire i loro compiti, fuori dal servizio gli addetti al cambio avviarono pietose - e spesso lucrose - attività di mediazione fra chi dormiva e chi vegliava; amori e relazioni si svilupparono fra gente comune e funzionari, rendendo la bigamia di molti di questi un fatto inevitabile e tollerato. Si arrivò invece a rischiare la crisi del sistema quando si scoprì che alcuni ufficiali corrotti complottavano con gli uomini del turno di veglia per allentare la strettissima sorveglianza ai dormitori e favorire un colpo di stato che prevedeva l'eliminazione nel sonno dei dormienti e la conquista in permanenza del mondo da parte di coloro che l'occupavano in uno dei turni. Fu la lungimiranza di chi aveva concepito il sistema a far sì che la sciagurata congiura fallisse: il ritmo settimanale non lasciava abbastanza tempo per organizzare un'operazione talmente vasta e complicata. L'esecuzione pubblica dei capi del complotto, ritrasmessa in video a beneficio di coloro che allora dormivano, fu occasione di grande solennità e compostezza, riaffermando e facendo interiorizzare da parte di tutti i valori del sistema.
Non inganni il tono pacato di questo scritto: di mestiere faccio lo storico, tendo a disciplinare la penna, a cercare il rigore piuttosto che l'emozione, nel narrare. Queste parole nascono, però, in circostanze drammatiche. Se poteste vedermi, a scrivere quasi al buio, le finestre sbarrate, la sacca con i viveri e i vestiti a portata di mano, l'arma appoggiata allo stipite, capireste che la tragedia imminente è l'ispirazione stessa di queste pagine; per mestiere sono un testimone, è per me un dovere lasciare traccia di ciò che nessuno avrebbe immaginato e che invece sta accadendo.
Tutto è cominciato all'inizio di una settimana in cui vivevo da sveglio: nei primi due giorni una febbre potente ha fatto stramazzare prive di forze migliaia di persone. Ovunque è stato così, tanto da poter contare in svariati milioni i contagiati dall'inedita epidemia. La guarigione quasi completa è arrivata per tutti al terzo giorno, con sollievo generale; era, dunque, una forma benigna, anche se i casi si moltiplicavano fra chi era ancora rimasto immune. Ma l'efficiente servizio sanitario internazionale aveva intanto diagnosticato il dramma: chi fosse stato colpito dal morbo, benché perfettamente ristabilito, sviluppava un'incompatibilità con alcune sostanze, fra le quali il Siero. In caso di somministrazione, l'addormentamento sarebbe stato senza ritorno. Lo sperimentarono subito i guardiani del turno: quando il primo scaglione fu sottoposto al Siero, il cuore di coloro che avevano sofferto la malattia sconosciuta si fermò del tutto non appena assunto il sonnifero. Erano armati, gli altri, e non fu difficile per molti di loro rifiutare la dose, affrontare il cambio di coloro che si erano appena svegliati, eliminarli. La voce corse e il panico si impadronì di tutti: la scelta era fra il morire e il farsi trovare svegli dai nuovi turnisti. Era facilmente immaginabile cosa sarebbe avvenuto: nessuno dei nuovi avrebbe creduto al pericolo del Siero, o se così fosse stato, nessuno avrebbe accettato che un accidente occorso agli altri rendesse la loro vita impossibile. Ogni casa, ogni lavoro, ogni automobile sarebbe diventato oggetto di contesa fra coloro che sarebbero dovuti scomparire nelle immense catacombe per i successivi sette giorni e coloro che si risvegliavano a riprendere le loro vite interrotte. Mestatori sono apparsi a ogni angolo di strada, a infiammare gli animi come contro un esercito nemico; le autorità, paralizzate dalla scelta impossibile, sono state ignorate e travolte; ciascuno ha fatto della propria casa una fortezza, dei propri figli un plotone. E' incredibile con quale efficienza e con quale rapidità si sia diffusa, unanime, la volontà di resistenza agli sconosciuti che, risvegliatisi, sarebbero divenuti dei rivali e avrebbero visto gli altri come degli usurpatori. Li si immaginava, sgomenti, trovare il loro mondo già popolato, la propria casa occupata; li si pensava, lividi di rabbia, armarsi e gettarsi alla conquista di ciò che loro spettava in virtù di un diritto ormai antico. Anche chi aveva inteso provare a seguire la strada della ragionevolezza – ma annaspava: quale ragione poteva prevalere fra quella dei veglianti minacciati e quella dei dormienti ignari di tutto? - è stato travolto dagli eventi. Il tentativo crudele di sfondare i portelloni corazzati dei dormitori e di sterminare gli uomini dell'altro turno non è riuscito che a pochi: le blindature sono state pensate per resistere a ben altro che alla furia di folle che si sentono come orde di topi in trappola.
Così, non ci resta che aspettarli: molti periranno negli agguati che squadre di uomini di questo turno hanno preparato per i dormienti all'uscita dei sotterranei. Ma altrettanti potranno reagire, disperdere le lunghe file, armarsi a loro volta, marciare sui beni che gli spettano, sia pure solo per sette giorni.
Sento delle voci concitate, in strada, adesso, uno sferragliare, perfino: i nuovi hanno probabilmente preso un cingolato espugnando la caserma qui vicino. Lascio la penna, impugno il fucile caricato a pallettoni – è tutto quello che ho trovato – che è micidiale solo a breve distanza: dovrò dunque vedere in faccia l'altro proprietario della casa che abito nei giorni in cui mi spetta. Lo riconoscerò dalla foto che una volta trovai, caduta dietro un armadio e sfuggita alla doverosa pulizia che ciascuno cura prima di cedere le case agli inquilini della settimana successiva. E' un uomo giovane, dall'aria simpatica, con una bella moglie e due figlie piccole; ha il viso pallido di un intellettuale, come me. E' lo stesso viso che adesso intravvedo alla luce delle scale, dallo spioncino: gli occhi sono folli di rabbia e di determinazione, l'uomo veste un giaccone pesante carico di bandoliere di munizioni; dalla spalla gli penzola un mitragliatore e in mano brandisce una colossale mazza ferrata. La tiene stretta, in alto, pronto a colpire.
![blognuvolebanner[1]](http://farm4.static.flickr.com/3021/2774575296_e5f3e778be_t.jpg)





