mercoledì, 15 ottobre 2008

Turni


Quando lo spazio diventò davvero poco, qualcuno ebbe l'idea dei Turni. L'occasione fu la scoperta - quasi casuale, nel laboratorio di un'industria framaceutica minore - della molecola che sta alla base del Siero: priva di effetti secondari, la dose giusta precipitava all'istante qualsiasi essere vivente in una sorta di letargo assoluto, le funzioni vitali al minimo possibile, dal quale ci si risvegliava senza alcuna memoria e nessuna conseguenza sgradevole, ma soprattutto senza che il tempo avesse agito sull'organismo; senza che il dormiente fosse invecchiato, dunque, se non di pochissimo. Ci vollero alcuni anni per mettere a punto la logistica del programma, ma soprattutto per definire le innumerevoli questioni legali che una vita a intermittenza settimanale avrebbe fatto sorgere. Fu facile, invece, ottenere il consenso al progetto: la sola idea di disporre di spazi confortevoli bastò a convincere e rendere entusiaste milioni di persone abituate a convivenze logoranti, a file avvilenti per qualsiasi cosa, a insopportabili folle negli uffici e nei treni, ad asfissianti camminate nelle strade ovunque e sempre gremite.
Fu come se le risorse del mondo fossero raddoppiate. L'accurata selezione dei due turni fece sì che i disagi per la perdita dei familiari o dei colleghi e degli amici che avrebbero vissuto in settimane diverse, senza mai più incontrarsi, fosse ridotta al minimo, garantendo gli affetti e il buon funzionamento dell'economia. Si disse che non di ultimo saluto si trattava, come fosse un funerale, per chi si divideva in turni diversi, ma di un addio simile a quello dei migranti che lasciavano qualcuno per andare lontano per sempre: avrebbero potuto scrivere o lasciare video registrati e mantenere contatti a distanza, sia pure in differita di sette giorni. Fu necessario, tuttavia, che a un'intera generazione si sostituisse la successiva per stabilizzare l'alternanza nel mondo senza ledere relazioni di ogni tipo.
(...) L'approntamento degli sterminati dormitori sotterranei - fu scrupolosamente vietato ogni riferimento alle tombe e ai cimiteri - comportò spese colossali e lavori interminabili, l'organizzazione di una burocrazia capillare che gestisse il tutto richiese sforzi immani, ma alla fine la cerimonia dell'addormentamento del primo scaglione settimanale - che fu tratto a sorte - non vide intoppi, né proteste. Salutati i primi dormienti, coloro che rimasero si trovarono a vivere in case comode, a disporre di comunicazioni spedite, di cibo abbondante e di enormi risorse. Comprensibilmente, seri disordini si verificarono al momento di lasciare per la settimana successiva un tale paradiso ai dormienti in procinto di tornare alla vita. Il servizio di sicurezza fu impeccabile nel reprimere i moti con severità ma senza un numero eccessivo di vittime, così come nel dare la caccia con successo ai disertori e ai renitenti che non si erano presentati ai centri di raccolta per il cambio del turno, prendendo la via delle montagne o nascondendosi in fognature e cantine. A giocare a favore della convinzione più che della costrizione fu l'abilità dei funzionari, che argomentarono inoppugnabilmente anche con i più restii l'assenza di qualsiasi vantaggio nel rimanere in un mondo in cui per loro non c'era alcun posto.
Stabilizzatasi l'abitudine all'alternanza, verificato che una sorta di patto d'onore metteva al sicuro da qualsiasi ingiustizia o disparità fra appartenenti a turni diversi, gli unici incidenti - di scarso rilievo, peraltro - riguardarono proteste per le cattive condizioni in cui alcune abitazioni venivano lasciate a fine turno, la scomparsa di oggetti cari, qualche usurpazione difficile da dirimere. Il mondo – anzi, i due mondi che si vennero tendenzialmente a creare, ciascuno con i propri progetti e i propri obiettivi - si organizzò rapidamente su un ritmo spezzato, che prevedeva non solo interruzioni notturne, ma le settimane alterne di letargo della metà degli uomini.
Per gestire la complessa operazione del ricambio settimanale fu escogitato un sistema semplicissimo: funzionari e addetti all'organizzazione e alla sicurezza si alternavano a turni sfasati rispetto al resto della popolazione. Ciò si rivelò subito il punto debole dell'intera architettura del programma: se l'intenzione era di avviare una progressiva e indolore separazione dei due mondi, la permanenza di un certo numero di uomini e donne a cavallo dei due turni impedì che si procedesse agevolmente in questa direzione. Benché tenuti a una disciplina rigidissima nell'eseguire i loro compiti, fuori dal servizio gli addetti al cambio avviarono pietose - e spesso lucrose - attività di mediazione fra chi dormiva e chi vegliava; amori e relazioni si svilupparono fra gente comune e funzionari, rendendo la bigamia di molti di questi un fatto inevitabile e tollerato. Si arrivò invece a rischiare la crisi del sistema quando si scoprì che alcuni ufficiali corrotti complottavano con gli uomini del turno di veglia per allentare la strettissima sorveglianza ai dormitori e favorire un colpo di stato che prevedeva l'eliminazione nel sonno dei dormienti e la conquista in permanenza del mondo da parte di coloro che l'occupavano in uno dei turni. Fu la lungimiranza di chi aveva concepito il sistema a far sì che la sciagurata congiura fallisse: il ritmo settimanale non lasciava abbastanza tempo per organizzare un'operazione talmente vasta e complicata. L'esecuzione pubblica dei capi del complotto, ritrasmessa in video a beneficio di coloro che allora dormivano, fu occasione di grande solennità e compostezza, riaffermando e facendo interiorizzare da parte di tutti i valori del sistema.
Non inganni il tono pacato di questo scritto: di mestiere faccio lo storico, tendo a disciplinare la penna, a cercare il rigore piuttosto che l'emozione, nel narrare. Queste parole nascono, però, in circostanze drammatiche. Se poteste vedermi, a scrivere quasi al buio, le finestre sbarrate, la sacca con i viveri e i vestiti a portata di mano, l'arma appoggiata allo stipite, capireste che la tragedia imminente è l'ispirazione stessa di queste pagine; per mestiere sono un testimone, è per me un dovere lasciare traccia di ciò che nessuno avrebbe immaginato e che invece sta accadendo.
Tutto è cominciato all'inizio di una settimana in cui vivevo da sveglio: nei primi due giorni una febbre potente ha fatto stramazzare prive di forze migliaia di persone. Ovunque è stato così, tanto da poter contare in svariati milioni i contagiati dall'inedita epidemia. La guarigione quasi completa è arrivata per tutti al terzo giorno, con sollievo generale; era, dunque, una forma benigna, anche se i casi si moltiplicavano fra chi era ancora rimasto immune. Ma l'efficiente servizio sanitario internazionale aveva intanto diagnosticato il dramma: chi fosse stato colpito dal morbo, benché perfettamente ristabilito, sviluppava un'incompatibilità con alcune sostanze, fra le quali il Siero. In caso di somministrazione, l'addormentamento sarebbe stato senza ritorno. Lo sperimentarono subito i guardiani del turno: quando il primo scaglione fu sottoposto al Siero, il cuore di coloro che avevano sofferto la malattia sconosciuta si fermò del tutto non appena assunto il sonnifero. Erano armati, gli altri, e non fu difficile per molti di loro rifiutare la dose, affrontare il cambio di coloro che si erano appena svegliati, eliminarli. La voce corse e il panico si impadronì di tutti: la scelta era fra il morire e il farsi trovare svegli dai nuovi turnisti. Era facilmente immaginabile cosa sarebbe avvenuto: nessuno dei nuovi avrebbe creduto al pericolo del Siero, o se così fosse stato, nessuno avrebbe accettato che un accidente occorso agli altri rendesse la loro vita impossibile. Ogni casa, ogni lavoro, ogni automobile sarebbe diventato oggetto di contesa fra coloro che sarebbero dovuti scomparire nelle immense catacombe per i successivi sette giorni e coloro che si risvegliavano a riprendere le loro vite interrotte. Mestatori sono apparsi a ogni angolo di strada, a infiammare gli animi come contro un esercito nemico; le autorità, paralizzate dalla scelta impossibile, sono state ignorate e travolte; ciascuno ha fatto della propria casa una fortezza, dei propri figli un plotone. E' incredibile con quale efficienza e con quale rapidità si sia diffusa, unanime, la volontà di resistenza agli sconosciuti che, risvegliatisi, sarebbero divenuti dei rivali e avrebbero visto gli altri come degli usurpatori. Li si immaginava, sgomenti, trovare il loro mondo già popolato, la propria casa occupata; li si pensava, lividi di rabbia, armarsi e gettarsi alla conquista di ciò che loro spettava in virtù di un diritto ormai antico. Anche chi aveva inteso provare a seguire la strada della ragionevolezza – ma annaspava: quale ragione poteva prevalere fra quella dei veglianti minacciati e quella dei dormienti ignari di tutto? - è stato travolto dagli eventi. Il tentativo crudele di sfondare i portelloni corazzati dei dormitori e di sterminare gli uomini dell'altro turno non è riuscito che a pochi: le blindature sono state pensate per resistere a ben altro che alla furia di folle che si sentono come orde di topi in trappola.
Così, non ci resta che aspettarli: molti periranno negli agguati che squadre di uomini di questo turno hanno preparato per i dormienti all'uscita dei sotterranei. Ma altrettanti potranno  reagire, disperdere le lunghe file, armarsi a loro volta, marciare sui beni che gli spettano, sia pure solo per sette giorni.
Sento delle voci concitate, in strada, adesso, uno sferragliare, perfino: i nuovi hanno probabilmente preso un cingolato espugnando la caserma qui vicino. Lascio la penna, impugno il fucile caricato a pallettoni – è tutto quello che ho trovato – che è micidiale solo a breve distanza: dovrò dunque vedere in faccia l'altro proprietario della casa che abito nei giorni in cui mi spetta. Lo riconoscerò dalla foto che una volta trovai, caduta dietro un armadio e sfuggita alla doverosa pulizia che ciascuno cura prima di cedere le case agli inquilini della settimana successiva. E' un uomo giovane, dall'aria simpatica, con una bella moglie e due figlie piccole; ha il viso pallido di un intellettuale, come me. E' lo stesso viso che adesso intravvedo alla luce delle scale, dallo spioncino: gli occhi sono folli di rabbia e di determinazione, l'uomo veste un giaccone pesante carico di bandoliere di munizioni; dalla spalla gli penzola un mitragliatore e in mano brandisce una colossale mazza ferrata. La tiene stretta, in alto, pronto a colpire.
ArimaneBis, 15:07 | link | commenti (10)
Commenti
#1    15 Ottobre 2008 - 15:32
 
la nostra (cattiva) coscienza?
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#2    20 Ottobre 2008 - 00:11
 
no, non la "cattiva" coscienza.
Solo la coscenza di non essere mai, per nessun motivo, insostituibili. Neanche per se stessi.
utente anonimo

#3    22 Ottobre 2008 - 23:08
 
Straordinaria prova di fantasia!
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente narrando

#4    26 Ottobre 2008 - 21:39
 
Bello!
(lo so...bello è aggettivo troppo banale...lo so...lo so...ma è bello assai stò post e altra parola non trovo per dirlo)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente RosaTiziana

#5    27 Ottobre 2008 - 00:22
 
Fu come se le risorse del mondo fossero raddoppiate. L'accurata selezione dei due turni fece sì che i disagi per la perdita dei familiari o dei colleghi e degli amici che avrebbero vissuto in settimane diverse, senza mai più incontrarsi, fosse ridotta al minimo, garantendo gli affetti e il buon funzionamento dell'economia.

Sarà anche bello, ma nella "consecutio temporum" non ci siamo proprio!

AVESSERO VISSUTO ... non "avrebbero vissuto"
utente anonimo

#6    27 Ottobre 2008 - 17:18
 
*All'anonimo:

Scriveva B. Brecht: ".... e noi che amammo la gentilezza non potemmo essere gentili". E questo è uno di quei casi.
Nessuno degli usuali riguardi per questo anonimo, la cui colpa non è l'ignoranza (che pure basterebbe, tanto è crassa) ma la solita presunzione da "democrazia televisiva e automobilistica", per cui tutti siamo uguali come spettatori e come guidatori e dunque in tutto il resto, in barba a letture, esperienze, studi, riflessioni, passioni e relazioni. Fossero pure di una vita.
E dunque per pontificare - specie a sproposito, specie contro chi ama cura e attenzione e si sforza di averne - non si perde occasione.

La lezioncina sull'uso del condizionale e del congiuntivo gliela risparmio, ché annoierei tutti e farebbe fatica assai a capirla chi ha della lingua una cognizione che non va oltre le regolette della scuola elementare.
Invito solo a leggere come propone l'illustre anonimo e a guardare come cambia il senso.

E se insiste, che vada al diavolo (che tanto Arimane, coi diavoli se la intende) e si offenda pure: non avrà altre risposte.


(Agli altri commenti rispondo a parte per non costringere i lettori veri nella stessa stanza di chi farebbe meglio a disimparare del tutto a leggere).


Per gli amatori, segnalo comunque una vera défaillance sintattico-retorica del racconto ;))

"... la dose giusta precipitava all'istante qualsiasi essere vivente in una sorta di letargo assoluto, le funzioni vitali al minimo possibile, dal quale ci si risvegliava senza alcuna memoria e nessuna conseguenza sgradevole..."

L'anacoluto (che pure è in genere tollerabile) costituito da quel "ci" di troppo, è qui davvero innecessario.

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#7    27 Ottobre 2008 - 17:47
 
dall'alto della mia ignoranza il "ci" non lo avevo notato.

ma non potrebbe essere un incipit non ostante (ok, scherzavo:nonostante) la desueta lunghezza di questo post?
Vorrei sapere come vivono questi mondi alternati, come a volte si incontrano anche solo per attimi, per errore, quante e quali storie in realtà genera e moltiplica l'espediente escogitato per limitare.
firmato cronomoto
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#8    28 Ottobre 2008 - 16:10
 
ci faccio i complimenti, ci! Andrebbe sicuramente a far parte di un'antologia di fantapost se dovesse dipendere da me.
Del tutto d'accordo sulla risposta all'anonimo e aggiungo che anche un sarebbero (vissuti) sarebbe andato bene...:)
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#9    31 Ottobre 2008 - 22:36
 
*Elena:
Cattivissima, temo


*Narrando:
Ringrazio un maestro delle parole e dello stile.


*Rosa Tiziana:
E diciamola pure, quella parola! Ce n'è sempre meno l'occasione!


*Cronomoto:
Insomma... vuoi il Romanzo!
Ma tanto, sempre incipit sarebbe, in Arimane's hands :))


*RottamieViolini:
Perché non la fai davvero, l'antologia di fantapost?
Varrebbe la pena, con tutto ciò che è apparso e appare in questi spazi...

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#10    12 Novembre 2008 - 15:34
 
Turni

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