venerdì, 31 ottobre 2008

Decreto


Il Decreto numero quattrocentosettantuno, subito noto come Decreto sulle Parole Non Ammesse, entrò in vigore un martedì di giugno – una bella giornata di prima estate, soleggiata e fresca – senza che la stampa avesse avuto, e dunque dato, la minima informazione preventiva sul progetto. Nessuno si assunse la paternità del provvedimento, che figurò come un atto di ordinaria amministrazione del governo intero; molti membri di questo, imbarazzati, ne presero perfino le distanze. Tuttavia non ci fu nessuno che prese l'iniziativa o fece anche solo promesse di revisione o di abolizione.
Come fu ipotizzato o dimostrato in seguito, la nuova norma era il risultato di un percorso inarrestabile - come possono esserlo quelli di certe pratiche che vanno avanti negli anni indipendentemente dalla convenienza dei loro effetti ultimi – iniziato con diversi progetti di legge molto mirati, politicamente inquietanti o popolarissimi, sviluppati da precedenti governi fin da trent'anni prima: un decreto che vietava l'uso di certi termini della politica, un provvedimento moralizzatore che puniva le bestemmie e il turpiloquio, un disegno di legge che imponeva di evitare nella comunicazione pubblica i termini astrusi del linguaggio burocratico.
Le vicissitudini politiche del paese avevano fatto sì che nessuno di questi progetti giungesse all'approvazione: i governi si avvicendavano, affannati di far quadrare il bilancio e di conquistare consensi elettorali; ciò che non era essenziale a questo scopo veniva rapidamente accantonato e lasciato sui numerosi binari morti dell'iter legislativo. Ma tecnici ed esperti continuavano imperterriti a lavorare ai progetti, per convinzione, per puntiglio, per il semplice fatto di ritrovarselo sulla scrivania. Capitava che ne parlassero in giro – al collega al bar, alla moglie, al segretario, alla terapeuta – le voci si diffondevano, le idee riscuotevano approvazione o facevano intuire convenienze ideologiche o materiali. I tecnici e gli esperti si incontravano, scoprivano analogie fra i rispettivi lavori, ipotizzavano collaborazioni e fusioni. Si coagulò così una formidabile convergenza di interessi e di impegni che, unita alla forza inerziale della burocrazia, portò sul tavolo del governo un decreto, indicato con il numero quattrocentosettantuno. Concentrati su tutt'altro, i sedici ministri lo votarono all'unanimità, senza neanche leggere il testo.
Nessuno seppe mai quali fossero stati i contributi, di diversissima provenienza, che si erano sedimentati nella formulazione del decreto. Certamente, gruppi integralisti che intendevano proteggere a oltranza la morale e la religione dalla disinvoltura che si profilava nel linguaggio dei giovani e degli stessi ministri del culto produssero delle memorie censorie per i politici che li rappresentavano. E' probabile che studiosi puristi della lingua insistettero per arginare la volgarizzazione del linguaggio comune e l'immissione di termini stranieri. Forse vi fu pure l'intervento di conservatori a oltranza, che vollero mettere al sicuro l'immagine dello lo status quo da ogni intemperanza verbale. E' invece sicuro – è rimasta registrata la testimonianza decisiva di un giornalista che partecipò alla campagna – che numerosi esperti di comunicazione insistettero perché la lingua si semplificasse drasticamente, in omaggio alla velocità del moderno, della tecnologia, dei costi della stampa e delle trasmissioni; o, come alcuni maligni ipotizzarono, all'approssimazione e all'ignoranza degli operatori dei media.
Nessuno invece riuscì mai a capire perché, nel lungo elenco in appendice alla legge – circa settemila parole bandite dal linguaggio scritto e parlato - figurassero termini come "albeggiare", "istantaneamente", "filo" o "strombatura".  Alle lunghe liste di proscrizione redatte dagli interessati dovettero aggiungersene altre, di funzionari zelanti e presuntuosi; probabilmente, perfino impiegati di medio e basso livello interpolarono gli elenchi con parole loro invise perché incomprensibili, o per motivi casuali. Si consumarono vendette, insomma, e rappresaglie, come in un tragico dopoguerra.
La falcidie delle parole fu devastante: interi libri, anche opere classiche e fondamentali, che abbondavano di termini vietati dal decreto, dovettero essere distrutte; conferenzieri e insegnanti dovettero rivedere il loro linguaggio e il loro stile; molti scrittori entrarono in crisi, incapaci di rinunciare a concetti loro cari o essenziali per il loro messaggio, o perché si rifiutarono di esprimerli con circonlocuzioni e sinonimi inadeguati.
L'affare per l'editoria e per il mondo della cultura fu, al contrario, colossale: la vendita di milioni di ristampe e nuove edizioni emendate di dizionari, manuali, classici irrinunciabili, ripianò bilanci precari e fondò nuove fortune. Il certosino lavoro di censura e di restauro lessicale dei testi impiegò migliaia di editor, creando nuove competenze e nuove opportunità. Fortunate carriere universitarie e fulminanti successi di divulgatori si svilupparono attorno agli studi e all'insegnamento della lingua emendata. L'impoverimento della lingua, irrazionale, casuale, artificioso, per molti si convertì in ricchezza.
Ma si trattò di vantaggi effimeri e limitati. A soffrire fu il mondo delle cose e, di conseguenza, quello degli uomini. Si scoprì prestissimo che gli oggetti privati del nome tendevano a cadere in disuso e a finire con lo scomparire; nessuno più faceva caso a spettacoli naturali il cui nome era divenuto impronunciabile; animali diversissimi furono assimilati fra loro, non potendosi più utilizzare il nome di certe specie; alcuni sentimenti, impossibili da definire senza il termine che li aveva designati da sempre, si estinsero rapidamente. Se qualcosa destinata a essere cancellata dall'inclusione del proprio nome nell'elenco delle parole proibite si salvò, fu solo per gli errori di stampa nella gazzetta ufficiale, che vietarono di pronunciare e scrivere "cucciaio" invece di "cucchiaio" o "arrostire" invece di "arrossire".
L'immiserimento della lingua, diffusosi con un effetto domino in tutto il pianeta, data l'importanza della nazione in cui era avvenuto l'incidente legislativo, generò il rapido immiserimento del mondo e degli uomini: quando scoprimmo il pianeta e i suoi abitanti, trovammo un mondo evoluto e ricco, ma irrimediabilmente pacchiano, volgare, nevrotico e folle, nel quale troppe cose non avevano più un nome ed erano scomparse agli occhi degli uomini.
Ricostruire questa storia incredibile e penosa fu difficile; come pure porvi rimedio: gli esperti valutano che il programma di riabilitazione e la restituzione dei nomi alle cose necessiteranno di un'intera generazione per essere realizzati. Solo i figli degli attuali abitanti del bellissimo pianeta ricominceranno a fare caso alle sue albe straordinarie.

ArimaneBis, 22:26 | link | commenti (5)
Commenti
#1    31 Ottobre 2008 - 22:39
 
Ma posso prelevarlo qualche tuo incipit e continuarlo? Si può davvero?
In cambio cosa chiedi?
:-)
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#2    03 Novembre 2008 - 11:51
 
...non ho parole, più...
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#3    03 Novembre 2008 - 14:39
 
Per continuare il gioco delle autocitazioni...
a proposito di albe

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#4    04 Novembre 2008 - 13:21
 
il decreto è già in vigore.
Questo post è: una serie di parole inserite in sequenza tale che chi legge ne possa trarre una sensazione positiva
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#5    04 Novembre 2008 - 23:07
 
*RosaTiziana:
Un sorriso? :))


*Lemma:
... ma dove finiscono le parole, fai parlare le immagini.


*Crono:
E' un bel gioco. E potrebbe continuare all'infinito, credo.


*RottamieViolini:
Il sospetto che il Decreto 471 fosse già in vigore era venuto a molti!
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