Mondo riflesso
Quando rimasi imprigionato nello specchio, l'ultimo giorno della vacanza nella casa degli amici, il primo pensiero fu che non sarebbe durata tanto: come quando qualcuno resta negli ascensori bloccati o cade nei pozzi, e c'è sempre chi si adopera per soccorrerlo, pensavo che presto avrei visto poliziotti o pompieri o tecnici darsi da fare davanti alla superficie di vetro e riaprire il passaggio che mi aveva risucchiato nel mondo riflesso. E invece vidi solamente il padrone di casa che entrava nella stanza senza volgere lo sguardo al suo doppio che si muoveva nella cornice barocca - aveva gusto, sì - e guardava in giro con l'evidente intenzione di cercarmi, per poi scomparire perplesso dietro la porta.
Adesso sono passati dei mesi, la casa è chiusa dalla fine dell'estate, il mio mondo è sempre uguale: una stanza in prospettiva sghemba - lo specchio è fissato alla parete con un gancio leggermente storto a destra e all'ingiù - appena illuminata dallo spiraglio nelle vecchie ante della finestra. Non posso che sedermi o distendermi sul pavimento, per riposare, dato che l'immagine riflessa comprende solo un angolo del divano e appena la sponda del letto; oltre al riposo, non ho altre esigenze, incredibilmente; così non deperisco per il digiuno, né ho problemi d'igiene. La noia, però, uccide ogni minuto. Ci sono dei libri, nello scaffale, è vero, ma leggerli è impossibile, con la scrittura a rovescio.
Sorprendentemente, non mi dispero, pur sapendo che non uscirò mai più - l'ho capito appena scomparsa la figura del mio ospite, che è uscito dalla stanza nonostante i miei richiami e i miei gesti scomposti - ma vorrei belle donne che si stirano addosso i vestiti con la mano, bambini che fanno boccacce a sé stessi, luci e colori che cambiano, qualcuno che osserva la piega dei pantaloni nuovi, un cane che passa indifferente davanti al suo doppio. Vorrei un mondo abitato, anche qui.
(già apparso in Lettere dal carcere)
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