Tragedia
Quando viaggio in treno, mi capita spesso di scrivere. Sono brevi tragitti: un'antica linea ferrata adattata a metropolitana di superficie, con lunghi tratti in tunnel. Vagoni vecchi, poco affollati, che hanno visto ben altri viaggi – a volte fantastico di un loro passato su tratte esotiche, addirittura – e che adesso sono offerti ai non molti che, per ristrettezze o per comodità, o forse per suprema ragionevolezza, sfuggono all'abitudine pertinace e assurda dei percorsi a singhiozzo nell'asfissiante fornace meccanica che brucia per le strade della città.
Scrivo, dunque, fra un'attesa e una breve corsa sferragliante, in posizioni scomode, costretto a interrompere dall'arrivo alla fermata o dal fischio – è ancora un fischio, non un segnale elettronico, su quei treni – che annuncia il prossimo arrivo dei piccoli convogli.
La mia scrittura ne risente. E dico scrittura in senso duplice, concreto e astratto: le righe che vergo rapidamente sul taccuino – ma il più delle volte si tratta invece di supporti improvvisati: il retro di un documento, i fogli di guardia di un libro – sono irregolari, le lettere alterate; si stringono, si allargano si infittiscono o si deformano, mantenendo traccia di un sobbalzo sui binari, di una frenata, dell'urto del gomito da parte di un altro passeggero indifferente al mio impegno. Nell'altro senso - se per scrittura s'intende non il filo ritorto dell'inchiostro depositato sul foglio ma il nucleo denso e caldo o leggero, o intrigante, depresso, osceno, ticchettante, lucido, rigoroso, strisciante, allusivo, scintillante, folle, irrequieto, che le parole racchiudono – pure si può riconoscere l'effetto delle condizioni in cui genera. Un'idea folgorante, ad esempio, non si deposita sul foglio perché la stazione d'arrivo si annuncia e vanno riposti foglio e penna: mani libere, per scendere o salire; e poi, non sia mai che un foglio sfugga e sparisca risucchiato dal treno che riparte nella galleria; o che la penna scivoli e lasci la mano sguarnita e la mente incapace di fissare quella materia esile che produce e che senza un supporto più materiale rischia di svanire in ogni momento.
In una di queste interruzioni - che sono a volte perniciose, a volte invece giovano alla stessa storia che si sta scrivendo: alleggeriscono, fanno abbandonare strade incerte, generano nuove idee – ho riposto la penna nella borsa, fra le carte, dimenticando di chiuderla. Svuotando la borsa, una volta a casa, ho trovato il disastro: tutte le carte, i libri, l'agenda, i documenti macchiati da linee d'inchiostro. Stavo maledicendo la disattenzione che mi aveva fatto rovinare documenti importanti e oggetti necessari, quando mi accorsi che le linee disegnate dalla penna coi sobbalzi e gli scossoni del polso che reggeva la borsa si piegavano e torcevano sui fogli, componendo ghirigori e ornamenti vagamente simili a delle lettere. Indaffarato, archiviai allora la strana impressione: cambiai agenda, trovai copia delle carte imbrattate, i miei pensieri cambiarono strada. La seconda volta che la stessa cosa accadde – l'incontro con un amico, nel vagone, mi fece occultare di fretta carta e penna: non gradisco che mi si sbirci mentre scrivo – la punta inchiostrata rimasta libera decorò con più coerenza ogni spazio libero delle carte in mezzo alle quali l'avevo conservata. Esaminando i segni lasciati sui margini bianchi dei fogli e sul retro delle foto che in quel momento avevo in borsa, riconobbi lettere e parole; non organizzate, né corrette, certo, ma indubbiamente non casuali. Incredulo, decisi di riprodurre deliberatamente le condizioni di quegli episodi: in viaggio, interruppi la scrittura e conservai la penna aperta insieme a un buon numero di fogli bianchi.
Non mi sorpresi più di tanto, alla fine della giornata, nel trovarmi fra le mani le pagine di un racconto manoscritto che proseguiva l'incipit scritto all'inizio del viaggio. La grafia era stentata, irregolare, ma le tre o quattro pagine contenevano un racconto sicuramente più originale ed elegante di quanto non sarei stato capace di scrivere consapevolmente. Il nucleo delle idee era il mio, senza dubbio, ma le soluzioni stilistiche, l'intreccio, le espressioni icastiche che lo arricchivano erano sicuramente migliori di quelle, sempre deboli e artificiose, dei miei scritti.
Con una certa ritrosia, ho pubblicato nel tempo i racconti scritti dalla penna. Hanno avuto un successo crescente. Mi ero fatto molti scrupoli, all'inizio; anzi, avevo addirittura escluso di utilizzarli con il mio nome, ma quando mi convinsi a farli leggere almeno a un'amica – anche lei scrittrice - della quale mi fidavo come di nessun altro quanto a capacità di giudizio, ne ricevetti opinioni tanto lusinghiere che presi in considerazione l'idea. La penna era mia, era quella con la quale avevo sempre scritto le bozze dei miei racconti. Ero io a scrivere l'incipit, erano mie le ginocchia sulle quali la borsa ondeggiava e sbatteva durante i viaggi, mia la mano che la reggeva camminando. Ed erano mie le idee iniziali – per quanto abbozzate – che la penna sviluppava. Cinicamente e vigliaccamente, pensai anche che di certo la penna non avrebbe potuto chiamarmi in giudizio per plagio, a meno che una qualche legge – se ne producono ogni giorno di improbabili e inaudite – non avesse a un certo punto conferito capacità giuridica agli oggetti. Eppure, da quando mi sono risolto a proporre all'editore i racconti che la penna continua a scrivere ad ogni viaggio – ormai la lascio deliberatamente aperta ogni volta che la ripongo nella borsa, e provvedo di avere sempre una quantità di carta bianca nello stesso scomparto – un senso di disagio mi perseguita, sottile ma costante. Arrossisco e mi imbarazzo quando, nei salotti o alle feste alle quali sono sempre più spesso invitato da critici ed editori di fama, qualcuno si avvicina per lodare i miei libri: cortese, ascolto con gli occhi bassi, farfuglio un ringraziamento, poi svicolo mormorando delle scuse. Mi sono fatto così una fama di modestia e di riservatezza che non fa che aumentare la stima e il successo che mi sono tributati.
Capirete bene, dunque, perché si parla di tragedia, all'inizio di questo racconto, se adesso vi dico che ieri, tornando a casa, dei teppisti mi hanno affrontato in un angolo buio e mi hanno portato via la borsa. Ho resistito, ho ricevuto spinte e pugni, ho urlato loro dietro, implorandoli di prendere il portafogli ma di lasciarmi quell'oggetto per loro inutile e senza valore. Mi hanno riso in faccia, sguaiati e crudeli; poi, con sommo sgomento, li ho visti avviarsi per il ponte lanciandosi fra loro il bottino, finché il più alto, con un lancio da consumato cestista, non ha fatto scavalcare alla borsa l'alta balaustra, facendola finire trascinata dalle acque scure e sporche del fiume.
Quando viaggio in treno, mi capita spesso di scrivere. Sono brevi tragitti: un'antica linea ferrata adattata a metropolitana di superficie, con lunghi tratti in tunnel. Vagoni vecchi, poco affollati, che hanno visto ben altri viaggi – a volte fantastico di un loro passato su tratte esotiche, addirittura – e che adesso sono offerti ai non molti che, per ristrettezze o per comodità, o forse per suprema ragionevolezza, sfuggono all'abitudine pertinace e assurda dei percorsi a singhiozzo nell'asfissiante fornace meccanica che brucia per le strade della città.
Scrivo, dunque, fra un'attesa e una breve corsa sferragliante, in posizioni scomode, costretto a interrompere dall'arrivo alla fermata o dal fischio – è ancora un fischio, non un segnale elettronico, su quei treni – che annuncia il prossimo arrivo dei piccoli convogli.
La mia scrittura ne risente. E dico scrittura in senso duplice, concreto e astratto: le righe che vergo rapidamente sul taccuino – ma il più delle volte si tratta invece di supporti improvvisati: il retro di un documento, i fogli di guardia di un libro – sono irregolari, le lettere alterate; si stringono, si allargano si infittiscono o si deformano, mantenendo traccia di un sobbalzo sui binari, di una frenata, dell'urto del gomito da parte di un altro passeggero indifferente al mio impegno. Nell'altro senso - se per scrittura s'intende non il filo ritorto dell'inchiostro depositato sul foglio ma il nucleo denso e caldo o leggero, o intrigante, depresso, osceno, ticchettante, lucido, rigoroso, strisciante, allusivo, scintillante, folle, irrequieto, che le parole racchiudono – pure si può riconoscere l'effetto delle condizioni in cui genera. Un'idea folgorante, ad esempio, non si deposita sul foglio perché la stazione d'arrivo si annuncia e vanno riposti foglio e penna: mani libere, per scendere o salire; e poi, non sia mai che un foglio sfugga e sparisca risucchiato dal treno che riparte nella galleria; o che la penna scivoli e lasci la mano sguarnita e la mente incapace di fissare quella materia esile che produce e che senza un supporto più materiale rischia di svanire in ogni momento.
In una di queste interruzioni - che sono a volte perniciose, a volte invece giovano alla stessa storia che si sta scrivendo: alleggeriscono, fanno abbandonare strade incerte, generano nuove idee – ho riposto la penna nella borsa, fra le carte, dimenticando di chiuderla. Svuotando la borsa, una volta a casa, ho trovato il disastro: tutte le carte, i libri, l'agenda, i documenti macchiati da linee d'inchiostro. Stavo maledicendo la disattenzione che mi aveva fatto rovinare documenti importanti e oggetti necessari, quando mi accorsi che le linee disegnate dalla penna coi sobbalzi e gli scossoni del polso che reggeva la borsa si piegavano e torcevano sui fogli, componendo ghirigori e ornamenti vagamente simili a delle lettere. Indaffarato, archiviai allora la strana impressione: cambiai agenda, trovai copia delle carte imbrattate, i miei pensieri cambiarono strada. La seconda volta che la stessa cosa accadde – l'incontro con un amico, nel vagone, mi fece occultare di fretta carta e penna: non gradisco che mi si sbirci mentre scrivo – la punta inchiostrata rimasta libera decorò con più coerenza ogni spazio libero delle carte in mezzo alle quali l'avevo conservata. Esaminando i segni lasciati sui margini bianchi dei fogli e sul retro delle foto che in quel momento avevo in borsa, riconobbi lettere e parole; non organizzate, né corrette, certo, ma indubbiamente non casuali. Incredulo, decisi di riprodurre deliberatamente le condizioni di quegli episodi: in viaggio, interruppi la scrittura e conservai la penna aperta insieme a un buon numero di fogli bianchi.
Non mi sorpresi più di tanto, alla fine della giornata, nel trovarmi fra le mani le pagine di un racconto manoscritto che proseguiva l'incipit scritto all'inizio del viaggio. La grafia era stentata, irregolare, ma le tre o quattro pagine contenevano un racconto sicuramente più originale ed elegante di quanto non sarei stato capace di scrivere consapevolmente. Il nucleo delle idee era il mio, senza dubbio, ma le soluzioni stilistiche, l'intreccio, le espressioni icastiche che lo arricchivano erano sicuramente migliori di quelle, sempre deboli e artificiose, dei miei scritti.
Con una certa ritrosia, ho pubblicato nel tempo i racconti scritti dalla penna. Hanno avuto un successo crescente. Mi ero fatto molti scrupoli, all'inizio; anzi, avevo addirittura escluso di utilizzarli con il mio nome, ma quando mi convinsi a farli leggere almeno a un'amica – anche lei scrittrice - della quale mi fidavo come di nessun altro quanto a capacità di giudizio, ne ricevetti opinioni tanto lusinghiere che presi in considerazione l'idea. La penna era mia, era quella con la quale avevo sempre scritto le bozze dei miei racconti. Ero io a scrivere l'incipit, erano mie le ginocchia sulle quali la borsa ondeggiava e sbatteva durante i viaggi, mia la mano che la reggeva camminando. Ed erano mie le idee iniziali – per quanto abbozzate – che la penna sviluppava. Cinicamente e vigliaccamente, pensai anche che di certo la penna non avrebbe potuto chiamarmi in giudizio per plagio, a meno che una qualche legge – se ne producono ogni giorno di improbabili e inaudite – non avesse a un certo punto conferito capacità giuridica agli oggetti. Eppure, da quando mi sono risolto a proporre all'editore i racconti che la penna continua a scrivere ad ogni viaggio – ormai la lascio deliberatamente aperta ogni volta che la ripongo nella borsa, e provvedo di avere sempre una quantità di carta bianca nello stesso scomparto – un senso di disagio mi perseguita, sottile ma costante. Arrossisco e mi imbarazzo quando, nei salotti o alle feste alle quali sono sempre più spesso invitato da critici ed editori di fama, qualcuno si avvicina per lodare i miei libri: cortese, ascolto con gli occhi bassi, farfuglio un ringraziamento, poi svicolo mormorando delle scuse. Mi sono fatto così una fama di modestia e di riservatezza che non fa che aumentare la stima e il successo che mi sono tributati.
Capirete bene, dunque, perché si parla di tragedia, all'inizio di questo racconto, se adesso vi dico che ieri, tornando a casa, dei teppisti mi hanno affrontato in un angolo buio e mi hanno portato via la borsa. Ho resistito, ho ricevuto spinte e pugni, ho urlato loro dietro, implorandoli di prendere il portafogli ma di lasciarmi quell'oggetto per loro inutile e senza valore. Mi hanno riso in faccia, sguaiati e crudeli; poi, con sommo sgomento, li ho visti avviarsi per il ponte lanciandosi fra loro il bottino, finché il più alto, con un lancio da consumato cestista, non ha fatto scavalcare alla borsa l'alta balaustra, facendola finire trascinata dalle acque scure e sporche del fiume.
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