Caleidoscopio
I gemelli abitano proprio nell'appartamento qui sotto. Dico i gemelli perché così si sono presentati e perché i nomi sulla targhetta della porta sono due, anche se molto simili. Però, nessuno li ha mai visti insieme e in tanti sospettiamo che si tratti in realtà di una sola persona, taciturna e misteriosa, protetta dalla lingua incomprensibile che parla e scrive.
Non che nel palazzo manchino altri inquilini ombrosi ed enigmatici, o originari di paesi lontani: al primo piano, fra i due grandi appartamenti abitati dal rumoroso gruppo di malesi e dal gioviale ma permaloso signore dal nome impronunciabile, che parla sempre di tempi lontanissimi, vive da pensionato un vecchio inquietante e malevolo: il suo aspetto è tale che i bambini fuggono impauriti quando lo incontrano per le scale e io stesso evito accuratamente di fermarmi a quel piano quando sento i colpi ritmati che la sua gamba artificiale picchia rabbiosamente sulle assi del parquet; qualcuno dice che i suoi abiti odorino ancora del mare dal quale si è miracolosamente salvato.
Invece, faccio sempre in modo di uscire quando sento il picchettare di altri tacchi: benché non abbia il coraggio di fermare l'altera ragazza del quinto piano, vederla allontanarsi per l'androne è uno spettacolo che non voglio mai perdermi; ha un ché di volgare, lo so, ma immaginare le sue giornate sicuramente dissolute è un gioco che faccio da molti anni.
La porta accanto alla sua, una volta è rimasta aperta quanto è bastato per sbirciare all'interno delle stanze della coppia che ha preso in affitto l’appartamento più grande del piano: ho intravvisto solo scaffali rigurgitanti di libri e qualche ricordo di viaggio; mi sono spiegato il silenzioso ritmo della loro vita pensandoli costantemente immersi nella lettura, costantemente alla ricerca del seguito dei romanzi che iniziano.
Proprio sotto di loro abita il distinto ma insicuro signore che chiamano il geometra; non è esattamente la sua professione – agrimensore, c’è scritto sul suo biglietto - ma tutti lo chiamano così per semplificare. Di tanto in tanto riceve la visita dei suoi due assistenti – somigliantissimi, indistinguibili anche per lui, si sospetta - ai quali dà ordini sempre disattesi.
Del portinaio, tutti dicono che ha un passato insospettabile; qualcuno arriva a dire che in realtà è un nero, ma ci è stato presentato come ebreo, anche se non praticante. La moglie – o la compagna, crediamo – fa la pulizia delle scale, e mi hanno detto che è analfabeta. Lui invece, le rare volte che articola più di qualche monosillabo, rivela una cultura sterminata: forse è vero che è un importante accademico caduto in disgrazia per il suo orgoglio vitalistico e insofferente. (...)
Il medico del terzo piano non si vede quasi mai. E’ la moglie che prende gli appuntamenti, sempre disponibile e gentile. Una donna solida, con una piega amara sulle labbra. Sembra cha abbia vissuto grandi dolori e angosce, probabilmente quando il marito – quasi per contrappasso: fa l’oculista – ha perso la vista per qualche tempo.
Al piano terra, nell’appartamento col giardino, vive la coppia israeliana che viene dal deserto. Nessuno sa perché abbiano abbandonato il loro paese; probabilmente la stanchezza di scontrarsi con la polvere sottile portata dal vento ogni sera e con l’ottusità benpensante di chi osteggiava la generosità di lei. Lui, invece è riservatissimo e tende all’apatia. Una sera gli ho bussato per riprendere un gatto che era sgusciato fra le siepi e mi ha aperto in canottiera, al buio; si sentiva in sottofondo una radio parlare in inglese, e lui era assorto e distratto come al solito, come se avessi interrotto delle riflessioni di cui è geloso.
Una delle storie che circolano fra gli inquilini più antichi è che sugli alberi del giardino condominiale abiti da sempre un giovane di nobile stirpe, il rampollo ribelle di una famiglia un tempo importante. Naturalmente nessuno l’ha mai visto davvero, ma a tutti piace immaginare la compagnia di un ragazzo testardo e appassionato. Si dice che si incontri fra i rami con una ragazza dal nome di fiore, ma queste romanticherie sono ancora più improbabili della leggenda del parco che un tempo circondava l’edificio.
Con il mio vicino di pianerottolo scambio spesso due chiacchiere sulla soglia delle rispettive case. Non abbiamo mai sentito il bisogno di invitarci a entrare. In genere è lui a parlare: io sto lì, le chiavi di casa ancora in mano, il cappotto sul braccio, ad ascoltare i ricordi del suo passato di medico e di pulitore di vetri, delle sue molte donne, dei suoi rimpianti. E’ l’unico amico del signore smunto che sta rintanato nella mansarda, senza quasi mai uscire. Anche lui ha un passato importante, si vede dal portamento, dal modo di parlare. Ma lo sguardo spento, gli abiti trascurati, la sua quasi totale mancanza di rapporti con i vicini credo di poterle mettere in relazione con l’immensa fotografia di una giovane donna che campeggia su una parete del suo salotto spoglio.
Potrei continuare molto a lungo, a dire dei miei vicini, ché tanti ne incontro o frequento da quando mi sono trovato ad abitare in questo edificio, che è tanto grande da rendere impossibile anche leggerne soltanto i nomi sulla targa dei citofoni. Alcuni, perfino, pensano che sia infinito, e che nei piani più alti o negli anfratti più nascosti dei corridoi viva ogni sorta di essere, definito o incompleto, atroce o sublime, saggio o insensato. Ma forse non ce n’è bisogno, non è necessario che ricorra a delle parole maldestre fissate su un foglio concreto o immaginario per dire di ognuno di loro. Chi mi guarda negli occhi, chi osserva i miei gesti, le mie vicende di ogni giorno, i miei successi e le mie rovine, può vederli da sé, tutti quanti. In un gesto appena accennato, in un banale saluto, in una frase appassionata, nelle pose che assumo quando dormo, negli occhi che stentano ad aprirsi al mattino o nel distratto tamburellare delle mie dita quando attendo qualcosa.
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