domenica, 09 agosto 2009
Mnemofora revoluta
 
Tornammo, dopo un po' di tempo, a controllare. Undici piantine erano morte, seccate dal sole o afflosciate e grigiastre, con le radici marcite. Delle altre non si poteva ancora dire, ma che non ci fosse nessun cambiamento apparente era già un buon segno. Controllammo la recinzione, sufficientemente lontana da evitare che le vibrazioni di chi si fosse avvicinato senza protezione potessero essere avvertite dai tralci sottili. Volesse il cielo, sarebbero presto spuntati attorno al gambo ritorto a difendere la pianta, delicatissima fino alla fioritura, pronta a isterilirsi alla minima percezione dei pensieri caotici dei vivi.
Un paletto era abbattuto - un coniglio forse, o una volpe - e lo fissammo meglio, attenti a evitare che non allentasse la tensione dei cavi che sosteneva. Qualcuno iniziò, stupidamente, a ricordare i campi fitti delle foglie nerazzurre e decorati dalle bacche turgide e brillanti che si andavano a raccogliere. Lo fermai con un gesto della mano e lo mandai a verificare la pompa del generatore; che nessuno ascoltasse oltre; che non si pensasse troppo a cosa avevamo rischiato di perdere e che adesso eravamo incaricati di salvare;  che le emozioni del ricordo non giungessero a superare gli schermi delle tute e a soffocare gli eventuali sensibilissimi germogli.
Con estrema cautela mi mossi attorno ai filari, brevi: non eravamo riusciti a ricavare più di un centinaio di talee dalle poche piante rimaste. Interrai meglio qualcuna delle capsule del prezioso concime che avevamo sepolto accanto alle radici - era costosissimo distillare i ricordi - e che il vento aveva scoperto soffiando via la terra leggera. Poi diedi l'ordine di andar via e avvertii la guardia armata all'inizio del sentiero di staccare un attimo la corrente per farci passare.
Attardandomi, restai solo, con gli scarponi semiaffondati fra i solchi, a guardare le misere foglie e gli steli rachitici. Mi chiesi ancora una volta, fissando una delle piantine stentate, se mai sarebbe riuscita a restituirci di nuovo le voci e i pensieri di chi non c'era più, se avremmo ancora visto nel lieve pulsare delle bacche mature, il sorriso dell'amata stesa al sole, le ciocche scomposte del bimbo accaldato dopo la corsa, l'aggrottare di ciglia dell'artista concentrato sulla tela. O se l'affievolirsi dei sentimenti, la superficialità dilagante, non avessero rubato per sempre il nutrimento a quella prodigiosa specie vegetale.
 
ArimaneBis, 13:02 | link | commenti (7)
Commenti
#1    09 Agosto 2009 - 13:57
 
Commovente.
Bello.

(Dionaea)
utente anonimo

#2    09 Agosto 2009 - 21:35
 
le foglie nerazzurre: mi piacerebbe sapere di cosa.

bisognerebbe vivere di più in mezzo alla natura, sognarla sì, ma anche toccarla, annusarla, mi piacerebbe farla conoscere ai bambini delle città come Milano.
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#3    30 Agosto 2009 - 21:10
 
forse bisognerebbe piantarle in un terreno diverso, questo è ormai completamente secco ed arido, senza più alcun nutrimento.
forse bisognerebbe bruciarle, farne legna per arrostire le castagne.
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#4    31 Agosto 2009 - 11:13
 
A lui, a quell'artista dal ciglio aggrottato, spetta vedere, e restituire a noi, una realtà. Solo lui sa quale.
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#5    31 Agosto 2009 - 12:14
 
A lui, a quell'artista dal ciglio aggrottato, spetta vedere, e restituire a noi, una realtà. Solo lui, l'artefice, sa quale.
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#6    31 Agosto 2009 - 16:04
 
(la realtà di Splinder è altrettanto imperscrutabile)

;)
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#7    10 Settembre 2009 - 20:58
 
qualcuno la pianta dei ricordi è un’edera invadente :)
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Commenti