mercoledì, 19 novembre 2008

Mondo riflesso

Quando rimasi imprigionato nello specchio, l'ultimo giorno della vacanza nella casa degli amici, il primo pensiero fu che non sarebbe durata tanto: come quando qualcuno resta negli ascensori bloccati o cade nei pozzi, e c'è sempre chi si adopera per soccorrerlo, pensavo che presto avrei visto poliziotti o pompieri o tecnici darsi da fare davanti alla superficie di vetro e riaprire il passaggio che mi aveva risucchiato nel mondo riflesso. E invece vidi solamente il padrone di casa che entrava nella stanza senza volgere lo sguardo al suo doppio che si muoveva nella cornice barocca - aveva gusto, sì  - e guardava in giro con l'evidente intenzione di cercarmi, per poi scomparire perplesso dietro la porta.
Adesso sono passati dei mesi, la casa è chiusa dalla fine dell'estate, il mio mondo è sempre uguale: una stanza in prospettiva sghemba - lo specchio è fissato alla parete con un gancio leggermente storto a destra e all'ingiù - appena illuminata dallo spiraglio nelle vecchie ante della finestra. Non posso che sedermi o distendermi sul pavimento, per riposare, dato che l'immagine riflessa comprende solo un angolo del divano e appena la sponda del letto; oltre al riposo, non ho altre esigenze, incredibilmente; così non deperisco per il digiuno, né ho problemi d'igiene. La  noia, però, uccide ogni minuto. Ci sono dei libri, nello scaffale, è vero, ma leggerli è impossibile, con la scrittura a rovescio.
Sorprendentemente, non mi dispero, pur sapendo che non uscirò mai più - l'ho capito appena scomparsa la figura del mio ospite, che è uscito dalla stanza nonostante i miei richiami e i miei gesti scomposti - ma vorrei belle donne che si stirano addosso i vestiti con la mano, bambini che fanno boccacce a sé stessi, luci e colori che cambiano, qualcuno che osserva la piega dei pantaloni nuovi, un cane che passa indifferente davanti al suo doppio. Vorrei un mondo abitato, anche qui.

(già apparso in Lettere dal carcere)

ArimaneBis, 21:37 | link | commenti (4)
sabato, 03 maggio 2008

Rivelazione

Sono passati più di quarantasei anni, col tempo di qui. Gli ultimi tre li ho impiegati per capire che sono un prigioniero. Prima, da sempre, erano stati dolori sordi o acuti, inspiegabili inquietudini, lampi di sofferenza, a spingermi a indagare. Non ne sono venuto a capo finché, frammento dopo frammento, non ho ricostruito la storia che mi ha portato qui; il delittto, il processo, la condanna, il viaggio. Ne avevo sentito qualcosa, ovviamente, ma non potevo immaginare la luce abbagliante, il freddo, la fame, il tepore che ritempra, il ristoro faticoso del sonno. Non potevo sapere cosa fosse un corpo, quanto potesse deviarmi, costringermi, farsi ascoltare.
Una pena crudele, hanno inventato, soprattutto per l'incertezza totale sulla sua conclusione. Certo, potrei accelerarla, o addirittura provocarla subito, questa fine. Ma, ancora, dal corpo di umano che sono costretto ad abitare genera una catena invisibile che mi tiene attaccato a questa penosa successione di giorni.
E questo sapere, adesso, che di pena si tratta, questo ricordare cosa e dove ero prima, è probabilmente una dolorosa punizione accessoria inflittami per l'efferatezza della mia colpa.
Guardo gli altri: non so se sono manichini animati messi ad abitare e rendere complicato questo mondo prigione, o se infelicemente stanno scontando anche loro una pena. Non lo chiederò a nessuno, come nessuno mi chiede. Meglio che non sappiano cosa stanno a fare qui, piuttosto che arrivare, come ho fatto io, alla verità straziante della nostra condanna. A volte sorprendo qualcuno che guarda in alto, di notte, illudendosi forse di poter vedere il nostro mondo di lampi elettrici e di nuvole immateriali. Mi avvicino ma non sento nulla; non mi meraviglia, però: imbozzolati in queste cellule non ci potremmo mai sentire.
Così, scrivo queste righe; non so a chi spedirle, né come. Le abbandono in giro, chissà che non possano essere lette da chi, senza dirlo, può capire; e forse perfino trarne un qualche sollievo.

(già pubblicato in Lettere dal carcere)

ArimaneBis, 12:57 | link | commenti
sabato, 03 maggio 2008

Indirizzo sconosciuto

Sì, mi hai detto, non ho più intenzione di sopportare scenate. Ma allora vuoi andartene, ti ho chiesto io, e tu non hai risposto, ma nel tuo sguardo c’era un altro sì. E’ stato di sera; da allora abbiamo dormito insieme, fatto colazione, ci siamo salutati per andare al lavoro, come ogni giorno. Al telefono eri normalissima: è venuto un nuovo cliente, porto la macchina alla revisione, sono passata in libreria. Quando sei uscita dall’ufficio andavi di fretta, il cellulare in mano; anche se ero lontano, dietro quelle siepi alte - sai quelle del giardino di lato al palazzo? - ti ho visto chiamare qualcuno. Non me, il telefono non squillava. Poi sorridevi, parlando e camminando veloce. Cosa dicevi? Ho pensato: va bene fra dieci minuti, sono appena uscita; no, non credo abbia elementi, le scenate le ha sempre fatte, indipendentemente dai sospetti; d’accordo, a fra poco. Mi sembrava di potertele leggere sulle labbra, queste parole. Sorridevi di nuovo quando sei entrata nel portone (e io ti seguivo dentro). Di scherno, di contentezza? Adesso non posso più saperlo. E tu, questa lettera - che mi riscrivo ogni giorno, da quel giorno - non puoi più leggerla. 

(già pubblicato in Lettere dal carcere)

 

ArimaneBis, 12:54 | link | commenti
martedì, 29 aprile 2008

Loop

E’ l’ultimo giorno, fra meno di tre minuti finiscono gli otto anni dell’orbita. Per contrastare l’ansia che mi ha preso ormai da mesi, sempre più acuta, intollerabile dal risveglio di oggi, mi costringo a ripercorrere con la mente le molte fasi diverse di questa lunga pena. Il giudice che legge la sentenza, irta di numeri di articoli e commi, e della quale capisco solo le parole “otto anni”; l’iniezione che ti fanno in cella, per regalarti due giorni di sonno, durante i quali sei caricato sulla capsula, si accendono i motori, si fa il countdown, il vettore sale fino al punto stabilito e man mano le navette si staccano, prendendo ciascuna la sua orbita, corrispondente alla durata del castigo. Poi il risveglio, il panico claustrofobico di ritrovarsi fra quelle pareti di plastica bianca, il cauto aprire l’oblò, il cielo nero e la sfera azzurra che si allontana. Le settimane passate a studiare i manuali in video; è incredibile la serie di emergenze che hanno saputo immaginare: il viaggio si svolge tutto in automatico, non c’è accesso ad alcun comando, ovviamente, ma c’è da imparare a usare l’attrezzatura di bordo progettata per la sopravvivenza e da sapere cosa fare in caso di guasti o di incidenti. L’assurdo senso di benessere dopo i primi mesi, la convinzione che fra sonno più o meno naturale – c’è una scorta di droghe in un armadietto, ma bisogna amministrarsele bene, in base alla lunghezza della pena – l’osservazione dello spazio che cambia di continuo, le interminabili partite alle centinaia di videogiochi caricati nella memoria del computer di bordo, il tempo possa passare senza accorgersene. Poi l’apatia del secondo anno, quando – come avvertono i manuali – la gravità artificiale, lo scarso moto possibile solo sulla ciclette fissata ad un angolo della cabina, la depressione, il senso di colpa ti attanagliano con una miscela tremenda e ti rendono catatonico e insensibile, incapace di muoverti ma anche di dormire; te ne stai lì a guardare all’infinito il grande quadrante con le cifre luminose in rosso che segnano i giorni passati e quelli che restano. E la sorpresa che ti scuote, all’inizio del terzo anno, quando tutto cambia, quando i servizi automatici della capsula smettono di funzionare e devi faticare tutto il giorno a preparare le razioni compresse, a curare il riciclaggio dell’aria e dell’acqua, a eliminare i rifiuti, a controllare i circuiti dell’illuminazione e a oliare le cerniere dell’oblò e dei mobili retrattili, a controllare da te temperatura, pressione, emocromo, a curarti ogni più piccola infermità che potrebbe degenerare in una malattia letale.
Ma, lo dice il manuale, il terzo anno acquisisci anche il diritto alle visite. Le chiamano così, ma in realtà si tratta di brevi collegamenti, a scadenze fisse, con la sala in cui i tuoi visitatori siedono infreddoliti ed esausti per la lunghissima attesa. La trasmissione non sempre è buona, a volte il video distorce i visi, fa sembrare sorrisi le smorfie di struggimento della tua donna o dell’amico, e molte parole vanno perse, scompaiono per sempre nell’immensa distanza che vi separa. La cosa più insopportabile è il ritardo, il dovere aspettare molti secondi – e man mano che sei più lontano, fino a dei minuti – prima di vedere il viso dell’altro che si illumina o si accascia per le tue parole. Eppure, quei frammenti grotteschi di relazioni li rimpiangi, se hai una pena lunga, quando inizia il periodo del silenzio radio, quando la lontananza si fa tale da impedire il contatto. Per me sono stati due anni, più di settecento risvegli – ho seguito il manuale, non ho lasciato che si alterasse il ritmo del sonno, per evitare di essere sempre fuori tempo, una volta tornato – sapendo fin dal primo istante di veglia che né oggi, né domani sul video ci sarà una voce, una sia pure sbiadita immagine diversa da quelle beffardamente artificiali dei personaggi dei giochi. 
Negli anni del silenzio - i più duri, per il distacco completo e per la monotonia - ho avuto tutto il tempo di riflettere sull’assurdità di questo sistema. Spese colossali per disseminare nello spazio i detenuti che un tempo erano raggruppati nelle prigioni, un’infinità di complicazioni tecniche, un tasso di degrado mentale altissimo al ritorno; c’è da chiedersi se tutto ciò non bilanci e sopravanzi le ragioni della propaganda che ha condotto all’istituzione della detenzione nello spazio. Nessun pericolo di evasione, di contatti abusivi con l’esterno, di creazione di mafie interne alle prigioni, l’espulsione radicale dalla società – in senso anche fisico – dei suoi nemici. In realtà, un colossale regalo all’industria aerospaziale in crisi irreversibile, dopo la sospensione - per l’opposizione crescente alla loro manifesta inutilità – delle esplorazioni nello spazio.
Fra pochissimo, comunque, sarà finito tutto, per me. Mi aspetta un lunghissimo periodo di riabilitazione, che dovrò organizzare e pagare da solo. Sono tra i fortunati che possono permetterselo, ma l’esito non è sicuro. Certo, non sarò uno dei tanti che vagano per le strade per qualche mese, incapaci di ritrovarsi nell’atmosfera e nella compagnia degli uomini, prima di gettarsi da un ponte o di lasciarsi morire di freddo sulla panchina di un parco. Ma mi chiedo se saprò rinunciare, per una manciata di chiacchiere o di sorrisi, all’immenso cielo nero e alle stelle brillantissime che sono stati il mio orizzonte per tanto tempo. Se l’oceano avrà ancora il fascino dell’immensità che aveva prima che conoscessi le distanze incommensurabili dello spazio o se la solitudine e il silenzio delle vette più alte sarà paragonabile al freddo assoluto che percepisco al di là del vetro blindato dell’oblò.
Smetto di pensare, avvertito dal lampeggiare degli zeri sul quadrante che è stato il mio Crono personale, un dio dal movimento di una regolarità esasperante. Fra pochi istanti si accenderanno i getti che mi staccheranno dall’orbita e mi proietteranno verso la discesa; ieri mi hanno annunciato laconicamente che è già predisposto il recupero, in non so quale tratto di mare sconosciuto, nell’Oceano australe, se ho ben capito. Controllo per l’ennesima volta lo spartano equipaggiamento per l’uscita, tengo a freno il terrore che mi assale al pensiero di lasciare questo guscio e di ritrovarmi sotto il cielo, a respirare un’aria che non contiene neanche il frammento infinitesimo di ciò che io stesso ho emanato, guardo affascinato il globo azzurro e bianco che già da giorni si ingrandisce al centro dell’unica apertura della cabina.
Non accade nulla. Nessun rumore sommesso di razzi che si accendono, nessuna variazione nell’accelerazione. So bene che il tratto di perielio durante il quale è possibile il ritorno lo percorro in meno di sei minuti; li conto mentalmente, trascorrono senza il minimo evento, mentre vorticosamente i miei pensieri vanno a un chip alterato dal freddo dello spazio, a una flangia banalmente piegata dall’impatto con un microasteroide, a un condotto ostruito dalla polvere cosmica. A qualcosa, insomma, anche di infinitesimo, che ha impedito ai razzi di accendersi e che mi costringe a ripercorrere la strada interminabile di questi anni.
Non esito un attimo, non cedo un secondo allo sconforto, non indulgo a urli di disperazione. Con freddezza e decisione sigillo questa registrazione nel contenitore stagno dei viveri di riserva – vorrei che si trovasse, un giorno, come una specie di lettera - inverto il circuito del riciclaggio dell’aria e aspetto il momento brevissimo in cui il vuoto riempirà la cabina.

(già pubblicato in Lettere dal carcere)


ArimaneBis, 00:02 | link | commenti (3)
venerdì, 11 aprile 2008

Confino

A chiudere la mia prigione è un mare di un azzurro intensissimo. Da certi luoghi riesco a vedere quasi per intero il perimetro di questa recinzione liquida e insuperabile, ma ci vado di rado: mi dà angoscia.
Se invece lo sguardo abbraccia un orizzonte interrotto, se incontra un costone, un'altura, posso immaginare che al di là dell'ostacolo la terra continui, si connetta con campi, pianure, altri monti, percorsi da uomini e animali; che delle strade attraversino il paesaggio. E le strade - si sa - portano altrove: è la loro funzione, il loro motivo.
Mi è invece difficile immaginare come strada il taglio effimero sulla superficie del mare aperto ogni settimana dalla prua della piccola imbarcazione che viene rifornire l'isola e a verificare che io sia ancora in vita e in salute.
Quella scia, anche quando il mare è piatto come oggi, è breve; si allarga dietro il barcone, si stempera e si confonde, fino a diventare indistinguibile dai flutti. Un'altra volta ho visto strade così labili, tracciate appena nel terriccio rosso del deserto, presto confuse fra le pieghe della sabbia incessantemente rimodellate dal vento.
Deserto, ecco. Benché rigogliosa, benché abitata, benché fornita di tutto, quest'isola è un deserto, un luogo lontano dalla vita. Nulla a che vedere con la vita, le monotone ed elementari relazioni che intrattengo con i pochi abitanti: saluti, chiacchiere sul vento, sugli alberi che non fruttificano ancora, qualche acquisto. Ma si tratta di poca cosa: tutto ciò che mi serve mi viene fornito e se a volte compro o baratto qualcosa è solo per capriccio.
Meno banali sono gli incontri con lei. Venne quasi subito alla casa sul poggio, inaspettatamente. I fianchi forti che mi accolsero, le labbra carnose che mi percorsero sono rimasti anonimi, come anonimo è sempre rimasto il sapore di quei momenti. Potrei farne a meno, se non avessero l'effetto di illudermi di vivere qualcosa di più complicato della solitudine o del meccanico scambio di parole con gli altri abitanti. Sospetti, gelosie, rischi, sono l'unica variante di una vita che è pena proprio per la quasi totale assenza di complicazioni.
Sono forse ingeneroso, però. Una trama, per quanto esile, di rapporti, di confronti, si disegna quasi tutte le sere, quando siedo ai tavolini dell'unico bar dell'isola e mi lascio coinvolgere dal maniacale gusto per il backgammon che impera fra gli abitanti. So bene quanto artificiali siano gli intrecci di sguardi e di pensieri che disegnano strategie, simulazioni, trionfi e sfide sulle scacchiere logore; appena le riponiamo - dopo la mia invariabile sconfitta: troppi anni di pratica mi separano anche dai più giovani avversari - la ragnatela di invidie, incitamenti, diffidenze, azzardi che si era tessuta fra le mani, le pedine e le caselle della tavola si sfalda, svanisce nell'umidità dell'aria notturna. Ripongo i dadi nella tasca della giacca - ecco una cosa che ho comprato: volevo dei dadi miei, volevo essere padrone degli strumenti di quei brevi destini, almeno - saluto tutti con un cenno e imbocco da solo la salita per la casa. Ho calcolato che - a meno di un incidente che non riesco a immaginare o di un male non curabile con la fornitissima farmacia che ho in dotazione - mi toccheranno molte migliaia di partite prima che quelli del barcone mi dicano che posso salire con loro.
Ho una vaga paura a pensare a quel giorno: l'intontimento che già mi domina dopo solo pochi anni passati qui sarà del tutto fuori posto, nel mondo. Non devo aspettarmi nessun problema di sostentamento, né fatiche sproporzionate all'età che avrò allora: la mia bella casa è lì, sigillata, ad attendermi paziente come solo sanno essere gli oggetti e i cani; il mio conto in banca si incrementa ogni anno di un qualcosa.
Ma saprò più immaginare che le strade non finiscano su un molo o su una scogliera? Che ogni volto incontrato non mi sia noto? Saprò rivolgere a qualcuno le parole che adesso scrivo, accumulando ordinatamente i fogli nel cassetto dello scrittoio?
E, soprattutto, ci sarà qualcuno disposto a credere che ho trascorso trecento dei loro anni su un'isola che non è segnata su nessuna carta?

(già apparso in Lettere dal carcere)

ArimaneBis, 00:02 | link | commenti
sabato, 12 gennaio 2008

Siete tutti qui per colpe che, per quanto efferate, hanno la loro grandezza. Ne andate quasi fieri; benché non ne diciate esplicitamente, vi portate addosso il vostro delitto come un emblema di potenza, con una disinvoltura che incute rispetto, emana fascino e autorità.
Io no; io striscio lungo i muri del cortile nell'ora d'aria, la sera mi accuccio sulla brandina della cella senza una parola, se qualcuno mi interroga rispondo esitante, abbassando gli occhi. Sto sempre a disagio, mi sento estraneo, fuori posto; il mio peccato lo nascondo fra le poche cose che tengo in tasca: non è di quelli che conviene ostentare. A volte arrivo a desiderare di starci anch'io, dentro la tasca, invisibile a tutti. L'ombra di ciò che mi ha portato qui è indistinta; mi avvolge e mi fa sbiadito, mi rende diafano e inconsistente. Eludo le rare domande, sguscio abilmente di fronte alle ancora più rare insistenze. Sul mio fascicolo, parole vaghe non danno risposte certe. Eppure sono qui da più tempo di tutti e vedrò andare via tutti voi e gli altri che verranno.  

(anche in Le lettere dal carcere)

ArimaneBis, 00:43 | link | commenti (9)
martedì, 24 aprile 2007

Lettera dal carcere
(anche in Le lettere dal carcere)

Cara,
finalmente ho la possibilità di scriverti; ci ho messo un po’ per capire dove mi trovo, dove devo scontare la mia pena di lunghezza indefinita, e non volevo dirti nulla di qui, prima di essere sicuro.
La mia prigione è sferica, piuttosto grande, tanto che non ci si accorge della curvatura del suolo; si può camminare solo su una parte della superficie, però, essendo il resto coperto d’acqua.
I miei compagni sono una moltitudine, alcuni parlano lingue incomprensibili. Ci sono diversi bracci, nella struttura, e di ciascuno, benché lontano, a volte è dato di sapere in diretta quello che accade.
Non sono ancora riuscito a distinguere dei secondini, ma sospetto che non indossino alcuna divisa che li renda riconoscibili. Certo è che con questa enorme abbondanza di reclusi, devono essere in molti pure loro. Oppure non ci sono guardie, del tutto: ciascuno si è arredato il suo angolo di cella e non pare sia ansioso di uscirne.
Per il cibo, nessun problema, pare, almeno in questo braccio; mi dicono che in altre parti del carcere scarseggi, che quelle zone siano come grandi bracci della morte.
Di evasione, nemmeno a parlarne: alcuni hanno provato con sistemi ingegnosi – formule di meditazione, razzi potenti, pillole o polverine – ma sembra che non ne funzioni nessuno.
L’ora d’aria è bella lunga, puoi spostarti quanto vuoi, parlare con chi vuoi; penso che non ci sarà il tempo di annoiarsi, se mi organizzo bene, con gli altri detenuti. Per ora facciamo giochi appassionanti: piccole guerre, cacce all’uomo, elezioni, cose così. In passato, mi dicono, si erano organizzati giochi più grandi, ma era andata a fuoco troppa roba; ora ci controlliamo di più.
Si può anche andare in giardino: ce ne sono diversi, ma ogni giorno qualche pianta muore o qualche aiuola viene spianata per metterci i letti dei nuovi che arrivano o per ingrandire quelli dei più intraprendenti o fortunati.
Tranquilla, dunque, male non sto. Mi manchi, certo, e mi manca il profumo dei meli del nostro giardino, ma ho il sospetto che non sia salutare rimpiangerlo troppo. Lo fanno in molti, qui, inventando curiose storie di frutti e di serpenti, e finiscono per piangere e per cercare un conforto che non trovano.
Di quelli che incontro, ti parlo una prossima volta.
Con l’amore di sempre, tuo
Adam

ArimaneBis, 01:19 | link | commenti